Rivoluzionario fino all’ultimo. La bandiera Usa sventola all’Avana, ma Castro provoca ancora Washington. Seppellito dallo slogan della blogger dissidente Yoani Sanchez: “Issare la bandiera, ammainare il passato”

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di Giovanna Tomaselli

 

Issare la bandiera, ammainare il passato. Nel fiume di retorica e belle intenzioni che hanno salutato la storica riapertura dell’ambasciata americana a Cuba è l’invito della blogger e dissidente cubana Yoani Sanchez a fissarsi come roccia. Per le generazioni di cubani che non hanno vissuto altra stagione che quella dell’embargo, si apre una fase nuova e non poco insidiosa. Gli stati Uniti con il loro modello di capitalismo avranno bisogno di tempo e gesti concreti per vincere le diffidenze radicate dal regime castrista. Ma il passo più importante è stato fatto e da oggi la bandiera a stelle e strisce sventola alta e rasserenante sull’Avana.

Emblematica e solenne la cerimonia che ha fatto il bis con quella di qualche settimana fa a Washington, quando si è riaperta la rappresentanza diplomatica negli Stati Uniti. Col segretario di Stato americano John Kerry c’erano tre ex marines che nel 1961 calarono per l’ultima volta il vessillo prima della fuga americana dall’isola caraibica. Con l’alzabandiera – ha detto Kerry – oggi si mettono da parte le barriere e si esplorano nuove possibilità per il futuro. E in spagnolo, rivolgendosi al governo cubano, ha chiesto di non avere paura: “I nostri presidenti, Obama e Raul Castro, hanno smesso di essere prigionieri della storia”.
Dunque pace fatta e tutto bene? Non proprio. Il vecchio Fidel Castro ha approfittato dei suoi 89 anni per alzare subito la tensione e in un articolo ha chiesto agli americani di risarcire Cuba per i danni subiti dall’embargo. Una provocazione bella e buona, che ha rafforzato facendosi vedere in compagnia di due capi di Stato latinoamericani che contrastano ancora il modello economico e sociale statunitense: il presidente venezuelano Nicolas Maduro e quello boliviano Evo Morales.

 

Provocazione alla quale Kerry ha risposto incontrando alcuni dissidenti cubani, a testimonianza di un’attenzione non rinunciabile sui diritti umani. Soprattutto quando si tratta di farli rispettare negli altri Paesi.