La battaglia delle sigarette elettroniche

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di Stefano Sansonetti

L’assalto di Confindustria prima della decisione del tribunale. Il terreno di scontro tra lobby, ormai da mesi, è quello delle sigarette elettroniche, su cui pende la spada di Damocle di una tassazione al 58,5% decisa da un decreto del governo Letta. Livello troppo elevato, per gli industriali, in grado di far scomparire un settore che vale già adesso 400 milioni di fatturato. Sulla questione fiscale, domani, dovrebbe intervenire una decisone del Tar molto attesa. In ballo la richiesta, avanzata proprio dagli industriali, di sospendere i due decreti del ministero dell’economia che intendono dare attuazione al contestato prelievo. Nell’attesa la Confindustria di Giorgio Squinzi, attraverso la Luiss, ha sfornato un dossier che stima tutti i danni economici che deriverebbero dal prelievo al 58,5% sulle e-cig. Un documento di parte, per carità, che però dimostra fino a che punto sia arrivata la battaglia di lobby: da una parte Confindustria-Anafe, ovvero l’associazione che rappresenta circa 5 mila tra produttori e venditori di sigarette elettroniche; dall’altra la Fit, la Federazione che raccoglie 48 mila tabaccai e che vede come fumo negli occhi la possibilità che si affermi un canale distributivo alternativo al loro. Indubbiamente una guerra senza esclusione di colpi.

Lo studio
Il documento a cui, tra le altre cose, spera di potersi aggrappare Confindustria, è stato realizzato dal Casmef, centro di ricerca della Luiss. In esso, innanzitutto, si stimano in circa 33 milioni di euro i mancati ricavi per il solo mese di gennaio 2014 dovuti al blocco delle vendite di e-cig. Situazione determinata dall’incredibile incertezza che si è avuta sui due decreti ministeriali che avrebbero dovuto disciplinare il regime autorizzatorio e il conseguente regime fiscale delle e-cig a partire dal 1° gennaio 2014. Peccato, però, che il primo decreto sia stato firmato dall’allora ministro dell’economia, Fabrizio Saccomanni, il 16 novembre 2013 e pubblicato in Gazzetta il successivo 7 dicembre. Il tutto mentre la legge prevedeva una sua adozione per il 31 ottobre del 2013. Situazione che spinse la Corte dei conti a criticare il governo, rilevando come la pubblicazione in Gazzetta fosse avvenuta “così a ridosso dell’entrata in vigore delle disposizioni” da aver “limitato drasticamente lo svolgimento del controllo preventivo di legittimità”. Il secondo decreto ministeriale è stato firmato, sempre da Saccomanni, il 12 febbraio del 2014, in pratica una manciata di giorni prima della caduta del governo Letta. Di più, perché il 13 febbraio è stato timbrato dal Dipartimento delle Finanze guidato da Fabrizia Lapecorella, il successivo 14 febbraio bollinato dalla Ragioneria diretta da Daniele Franco e subito dopo trasmesso alla Corte dei conti per la pubblicazione. Insomma, qualcuno, con il governo già fuori dai giochi, aveva una fretta terribile di pubblicare il decreto.

Gli altri rilievi
Tra l’altro, prosegue il documento della Luiss, la retroattività del prelievo al 58,5% indotta dal secondo decreto ministeriale produrrebbe per i venditori di e-cig un debito fiscale di 38,5 milioni, a fronte di un fatturato complessivo di 26,4 milioni. Un salasso. Ma cosa dicono sul punto i tabaccai, a quanto pare in questi mesi ben “assistiti” da governo e burocrazie ministeriali? “Nessun commento prima della decisione del Tar”, hanno fatto sapere ieri dalla Fit.

Twitter: @SSansonetti

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