La beffa dei fondi per risarcire le vittime della mafia. I soldi sono sempre meno e per le erogazioni ci vogliono in media 3mila giorni. Così la mafia uccide due volte

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Tiberio Bentivoglio è un commerciante di Reggio Calabria. È stato uno dei primi a dire di no al pizzo, ad opporsi alla ‘ndrangheta. Con tutto quello che ne è derivato: otto volte è stato incendiato il suo negozio di sanitari. Nel 2011 hanno anche tentato di ucciderlo: è vivo per miracolo dopo che qualcuno gli ha sparato contro sei colpi di pistola. Eppure, dopo essersi opposto alla mafia, si è visto, nel contempo, sbattere la porta in faccia dalle istituzioni: nonostante la legge preveda un risarcimento per le vittime dei clan, quanto avuto dallo Stato nel corso degli anni – sempre con estremo ritardo – non è mai stato sufficiente per ripagare danni, furti e incendi subiti. I debiti si sono accumulati, i fornitori hanno iniziato a negargli l’invio di merce a credito e anche le banche hanno iniziato a fare passi indietro. Come Bentivoglio in Italia sono tanti: vittime di usura, racket e di mafia che attendono  giustizia e il giusto risarcimento da parte dello Stato. Peccato che i tempi siano biblici e che il patrimonio del cosiddetto “Fondo di rotazione per le vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell’usura” venga spesso e volentieri dirottato su altri fini che, manco a dirlo, nulla c’entrano con la lotta alla criminalità organizzata.

LA RELAZIONE
Il quadro emerge nitidamente dall’ultima relazione della Corte dei conti, che ha analizzato nel dettaglio i tempi necessari per ottenere l’indennizzo. I risultati, scrivono i magistrati, indicano una media di durata dei procedimenti riguardanti le vittime della mafia che arriva anche a 280 giorni (con picchi di 1.400 giorni). Peccato che tale media superi di gran lunga il termine fissato per legge in 60 giorni dalla presentazione della domanda. Ancora peggio va per chi è vittima di usura o di racket. In questo la legge dice chiaramente che non si dovrebbe andare oltre i 90 giorni complessivi (60 per l’istruttoria delle prefetture e 30 per la deliberazione del Comitato). E invece? La media arriva fino all’incredibile cifra di 677 giorni con picchi clamorosi di oltre 3mila giorni. Ovviamente le problematiche non finiscono qui. Nel corso del tempo, infatti, le elargizioni sono drammaticamente calate. Nel 2016, per dire, sono state assegnate 3,1 milioni alle vittime di usura a fronte dei 20,8 del 2013. Nello stesso anno le vittime di racket beneficiavano di oltre 10 milioni, ora invece la cifra arriva a quota 6,4. C’è da stupirsi? Probabilmente no, se si pensa che le entrate del Fondo (costituite in larga parte da contributi statali e premi assicurativi raccolti nel territorio dello Stato) sono passate dai 153,5 milioni del 2012 ai 48,9 del 2016. Lo stesso patrimonio netto del Fondo è stato falcidiato, passando da 322 milioni nel 2011 a 118 nel 2016. La ragione di tale mannaia? “A causa di prelievi […] per soddisfare le più diverse esigenze del bilancio dello Stato”. Non a caso la Corte, anche con un certo imbarazza, chiede perlomeno che “sarebbe auspicabile” l’impiego delle risorse del Fondo “nell’ambito di finalità coerenti con le ragioni della sua istituzione”.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

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