La Consulta boccia le pensioni di invalidità da fame. Solo 285 euro al mese a chi non può lavorare sono una miseria

di Clemente Pistilli
Cronaca

Troppo pochi 285,66 euro al mese per chi, a causa di gravi disabilità, non può svolgere alcuna attività lavorativa. Una miseria. Con una somma del genere, prevista dall’attuale legge, non si possono “soddisfare i bisogni primari della vita”. E viene così “violato il diritto al mantenimento, che la Costituzione all’articolo 38 garantisce agli inabili”. Queste le motivazioni che hanno portato la Corte Costituzionale ad accogliere la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte d’Appello di Torino.

Una decisione presa esaminando il caso di una persona affetta da tetraplegia spastica neonatale, incapace di svolgere i più elementari atti quotidiani della vita e di comunicare con l’esterno. La Consulta ha evidenziato che il cosiddetto “incremento al milione”, portare dunque le pensioni di invalidità a 516,46 euro, da tempo riconosciuto per vari trattamenti pensionistici dalla legge numero 448 del 2011, “debba essere assicurato agli invalidi civili totali” di cui alla 118/71, “senza attendere il raggiungimento del 60° anno di età, attualmente previsto dalla legge”.

Un incremento da garantire d’ora in poi a tutti gli invalidi civili totali che abbiano compiuto i 18 anni e che non godano in particolare di redditi su base annua pari o superiori a 6.713,98 euro. Senza alcun effetto retroattivo. La Corte Costituzionale, presieduta dal giudice Marta Cartabia (nella foto), ha infine specificato nel provvedimento che resta ferma “la possibilità per il legislatore di rimodulare la disciplina delle misure assistenziali vigenti”.