La farsa dell’anti-corruzione

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di Stefano Sansonetti

Dovrebbe combattere la corruzione, fenomeno in Italia sempre più penalizzante e dilagante. Peccato che la sua struttura possa contare al massimo su 40 unità, di cui 30 “comandati”, ovvero dipendenti che arrivano da altre amministrazioni senza competenze specifiche. Senza contare che all’interno non c’è, almeno per il momento, la benché minima capacità di intelligence. Benvenuti nell’ “Autorità che non c’è”, ovvero in quell’Authority anticorruzione a capo della quale, in pompa magna, il premier Matteo Renzi ha lanciato il magistrato anticamorra Raffaele Cantone. Il quale, però, a quanto pare non troverà una struttura proprio “all’avanguardia”. A palazzo Chigi, nonostante l’annuncio del presidente del consiglio, non si nutrono grandi aspettative. La prima obiezione che si sente fare riguarda proprio l’organico. La legge infatti stabilisce che il contingente di cui può avvalersi l’Autorità è fissato entro il limite massimo di 30 unità di personale in posizione di comando o fuori ruolo.

Il retroscena
Dal palazzo trattano la questione con accenti alquanto ironici. E si capisce, perché i comandati arrivano da altre amministrazioni, che certo non si privano dei loro elementi migliori. Ancora si narra, nei corridoi, di un clamoroso litigio che avvenne tra l’Autorità anticorruzione (che allora si chiamava ancora Civit) e il presidente dell’Istat dell’epoca, Enrico Giovannini, fermamente contrario a “comandare” presso l’organismo alcuni funzionari che voleva tenere ben stretti. Poi, fanno notare persone molto vicine all’Autorità, al momento manca quasi del tutto la possibilità di sviluppare un’attività d’intelligence. E questo, per una corruzione che secondo la Corte dei conti vale nel Belpaese circa 60 miliardi di euro (anche se la cifra è molto contestata), è un ostacolo di non poco conto. Certo, la normativa che ha lanciato l’Authority prevede la possibilità di utilizzare la Guardia di finanza. Ma sono molti gli osservatori che fanno notare come, vista la rilevanza economica del fenomeno, sarebbe come minimo necessario istituire una Procura nazionale anticorruzione. Se questo fosse l’esito dell’arrivo di Cantone, si sente dire, allora una speranza di far funzionare il meccanismo ci sarebbe.

La storia
Anche perché, per rendersi conto di come in Italia le strutture di lotta alla corruzione si siano spesso rivelate una farsa, basta andarsi a fare un minimo di cronistoria. E’ il 2003 quando per la prima volta nell’ordinamento si affaccia l’Alto commissario per la lotta alla corruzione. La guida viene affidata al magistrato Gianfranco Tatozzi, che a fine 2006 però getta la spugna, scolpendo una considerazione finale che era tutta un programma: “In Italia una seria lotta alla corruzione è impossibile”. Dopo Tatozzi, praticamente, si tiene in vita l’organismo con una sorta di respirazione artificiale, alternando al vertice alcuni prefetti. Fino a quando l’Alto commissario chiude e le funzioni vengono trasferite al Saet, ovvero il Servizio anticorruzione e trasparenza del Dipartimento della funzione pubblica. Servizio di cui in Italia nessuno si è accorto.

L’epilogo
Così si arriva nel 2009 a costituire la Civit, acronimo che più pomposo non si può: Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche, sulla cui tolda di comando viene sistemato il magistrato Antonio Martone, anni dopo lambito dall’inchiesta sulla P3. Qui l’obiettivo è più che altro quello di sovrintendere alle performance degli uffici pubblici. Ma la lottizzazione la fa da padrona. Nell’organo, composto da 5 membri, insieme a Martone entrano tra gli altri Pietro Micheli, pupillo dell’allora esponente del Pd Pietro Ichino, e Luisa Torchia, vicina al ex ministro Ds Franco Bassanini e ad Anna Finocchiaro. Si arriva alla fine al 2013, quando si opta per la trasformazione della Commissione, nel frattempo passata a tre membri, in Authority anticorruzione. Della quale, però, tutt’ora fanno parte i componenti superstiti dell’ex Civit: ancora Martone, la presidente Romilda Rizzo (professoressa di Scienza delle finanze a Messina, molto amica della Finocchiaro) e Alessandro Natalini (di area bersaniana). Nello stesso 2013, dulcis in fundo, si decide di elevare il numero di componenti a 5, (chissà, magari per allungare la panchina “politica”). Per il presidente dell’Autorità, del resto, è previsto un compenso di 180 mila euro, che scendono a 150 mila per gli altri membri.

Twitter: @SSansonetti