Tanto tuonò che non piovve. Dopo aver ammainato la bandiera dell’abolizione della legge Fornero, con gli italiani ancora sotto l’ombrellone il governo ha avanzato l’idea – controversa e già oggetto di vivaci critiche – di trasformare il Trattamento di fine rapporto (Tfr) in una rendita previdenziale da sommare alla pensione. Ciò, sulla carta, al fine di agevolare l’uscita anticipata dal lavoro a 64 anni per tutti i lavoratori, pubblici e privati. In primis quelli che, malgrado una vita di fatica, prenderebbero meno di 1.616 euro al mese (almeno tre volte l’assegno sociale). In poche parole, anziché incassare una somma unica al momento del pensionamento, la liquidazione resterebbe all’Inps e verrebbe distribuita di mese in mese.
Se tale proposta andasse in porto saremmo davanti a un governo che, dopo aver promesso mari e monti sulla previdenza (stop Fornero, Quota 41, Opzione donna strutturale etc.), ora chiederebbe ai lavoratori di “autofinanziare” la propria pensione. Purtroppo, non siamo su “Scherzi a parte”. Nel definire la proposta “profondamente sbagliata”, l’ex presidente dell’Inps Tito Boeri ha rilevato come “solo chi ha lasciato il Tfr in azienda in imprese con più di 50 dipendenti può fruirne”. Per di più, chi rientra nel sistema misto vedrebbe il suo assegno ricalcolato interamente con il contributivo: un salasso.
Ancora. Una scelta simile colpirebbe soprattutto i Millennials e la Generazione Z: coloro che già affrontano precarietà, stipendi ai limiti della dignità e carriere discontinue si ritroverebbero a dover vincolare risorse fondamentali come il Tfr solo per poter sperare in una pensione dignitosa.
La liquidazione non è una riserva statale: è salario differito, un diritto del lavoratore accumulato nel tempo. Il flop di Quota 103 e il crollo di Opzione donna (pressoché azzerata con le ultime 3 Manovre) dovrebbero suggerire all’esecutivo di smettere di improvvisare e usare maggiore prudenza quando si parla di queste tematiche. Se l’obiettivo è davvero dare flessibilità in uscita e sostenere le pensioni, allora perché non esplorare – finalmente – la pensione contributiva di garanzia? Un modello che garantisce una base minima dignitosa a chi ha lavorato, senza erodere risorse già maturate. Se non ora, quando?