La Grecia trova il muro di Berlino. Ma è l’Europa che rischia di crollare

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La Merkel ha tirato troppo la corda. Un’errore tattico prima ancora che politico. Mezzo continente piegato da una crisi senza precedenti, imposta dai tedeschi con la politica dei rigore e il giochino conseguente degli spread, prima o poi dovevano presentare il conto. I greci ridotti alla fame di questa Europa non ne vogliono più sentire parlare. Il governo Tsipras, ricoperto di voti con il solo mandato di dire basta all’austerity imposta dalla Troika, ha gettato la maschera: Atene non pagherà le prossime rate del debito contratto con il Fondo Monetario internazionale. Il default è solo questione di giorni, forse di settimane, ma a meno di clamorose giravolte ormai è quasi impossibile tornare indietro. La sorpresa vera però è quella spagnola.

SENZA SOLIDARIETÀ
Podemos, il partito che è diretta emanazione degli indignados, ha fatto il pieno di consensi. Un campanello d’allarme che suona sempre più forte anche a Berlino. Avete fatto diventare povero un Paese che stava crescendo a velocità doppia rispetto alla stessa Germania? Bene, tutto questo ha un prezzo e a saldare il conto adesso è la stessa idea di Europa. Un’Unione che doveva essere solidale prima ancora che economica e politica. Abbiamo visto niente di tutto questo? No, e adesso gli elettori sbattono la loro protesta in faccia ai governanti che si sono piegati al ricatto dei poteri finanziari e di una Germania capace di imporre la sua linea alla fragilissima Commissione Ue guidata da Barroso e alla Banca centrale di Mario Draghi. Solo nell’ultimo anno, e con grandissimo ritardo rispetto a un evidentissimo deteriorasi delle condizioni economiche e finanziarie del continente, lo stesso Draghi è improvvisamente diventato il paladino della nuova politica di allentamento della rigidità monetaria. La versione ufficiale che ci racconta la grande stampa, quella così vicina ai poteri finanziari delle grandi banche (dal Corriere della Sera a Repubblica, alla Stampa) è che Draghi si è imposto alla Merkel e ai falchi del rigore, a partire dal potente presidente della Banca centrale tedesca. Niente di più falso e nemico della realtà. Draghi si è imposto quando i tedeschi ormai con le casse piene gli hanno dato facoltà. Anche in Germania, infatti, la crescita è crollata, e c’è bisogno di salvare i mercati esteri sui quali vendere le loro mercedes o i loro prodotti industriali.

BOOM DI EUROSCETTICI
Che la Grecia esca o no dall’euro, il sistema Europa per un po’ continuerà a reggere. Gli euroscettici, pur in aumento in tutti i Paesi (in Francia potrebbero conquistare l’Eliseo alle prossime presidenziali) sono ancora minoritari. Dovunque però aumenta un senso di ostilità a questo gigante burocratico che ha tradito le sue promesse. Dalla Gran Bretagna – che non ha mai voluto rinunciare alla sterlina, e mai ringrazierà abbastanza i suoi leader per questo – all’Italia che sta ancora aspettando di condividere con le altre capitali l’invasione degli immigrati (e Salvini incassa consensi) – goccia dopo goccia muore quell’idea di Europa che doveva essere un tetto comune. Un luogo dove quei Paesi che solo cento anni fa mandavano al massacro milioni di uomini nella prima guerra meccanica della storia, sapessero far vincere le radici comuni. Così non è stato. E i segni della disgregazione ci sono tutti.

Le Borse tornano in tensione ma il doping Bce ci difende

Syriza e Podemos, due partiti che solo qualche mese fa neppure esistevano sulla carta geografica della politica europa, adesso fanno ai mercati tanta di quella paura da far precipitare le Borse del continente. Ma è tutto merito di questi partiti o è demerito di un’Europa lenta, incerta, incapace di solidarietà e burocratica? Tra le due, gli elettori greci (solo qualche tempo fa) e adesso anche quelli spagnoli non hanno avuto dubbi. Cadranno le Borse? E chissenefrega hanno risposto in migliaia andando alle urne. I partiti che non ne possono più dell’austerità imposta da Berlino hanno vinto le elezioni e – come da programma – la reazione dei mercati finanziari non è mancata.

TRACOLLO
Ieri la Borsa di Atene ha perso oltre 3 punti e quella di Madrid 2, trascinando in un comune destino anche Piazza Affari (-2,09%). L’Italia però è in una posizione molto diversa. Qui il governo Renzi è tutt’altro che ostile a Bruxelles, da dove è ricambiato con flessibilità e ogni genere di attenzione sui conti pubblici. Renzi, inoltre, con la sua solidità è considerato l’ultimo baluardo rispetto a una deriva alla Syriza, qui declinata a destra con Salvini e Meloni. I mercati però fanno poca differenza e alla fine puniscono tutta l’Europa mediterranea.

UE LATITANTE
Il pretesto numero uno è stato l’attesissimo annuncio di Atene sulla rata da 1,6 miliardi che non potrà essere pagata al Fondo monetario. I mercati non sapevano che i soldi non ci sono? Certo che lo sapevano, così come lo sa Bruxelles, che però si guarda bene dal concedere i nuovi auti chiesti da Atene. Così, come in una commedia degli equivoci, tutti fanno finta di essere sorpresi e alla fine fanno in questo modo il gioco della speculazione internazionale. I greci, infatti, non vorrebbero arrivare al default. “Sulla base dei nostri problemi di liquidità – ha detto un portavoce del governo – abbiamo una necessità imperativa di raggiungere l’accordo il prima possibile. Pagheremo i nostri impegni come meglio potremo”. Le parti però sono ancora maledettamente lontane dal raggiungere un accordo, soprattutto per quanto riguarda Iva, pensioni e mercato del lavoro. E il ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis (quello che i colleghi dell’Eurogruppo hanno isolato definendolo “inconcludente”) ha dimostrato di avere invece le idee molto chiare sostenendo che l’agenda di riforme è possibile ma resta eccessiva l’austerità imposta alla Grecia. I mercati chiudono dunque con pesanti perdite ma lo spread – ad esempio tra Btp e Bund tedeschi, termometro della tensione sull’Eurozona nei momenti della crisi della moneta unica – non subisce grossi scossoni a testimonianza di quanto siano cambiati (grazie alla Bce) i tempi rispetto alla calda estate del 2011.

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di Gaetano Pedullà

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