La guerra dell’acciaio. Arvedi prova l’affondo sull’Ilva sfidando il gruppo Marcegaglia a colpi di pubblicità e di intese con la Serracchiani

di Stefano Sansonetti
Economia

Ormai si è capito, prima del referendum sulla riforma costituzionale non si muoverà foglia. Ma nelle grandi partite economiche, per quanto sospese, c’è chi sottotraccia si organizza in vista delle ripresa dei dossier. Da questo punto di vista uno degli esempi più fulgidi è rappresentato dall’Ilva. Qui negli ultimi giorni sono arrivati segnali da uno dei pretendenti al controllo della disastrata acciaieria. Parliamo del gruppo siderurgico Arvedi, che ha lanciato una campagna pubblicitaria il cui fine ultimo sembra proprio essere l’Ilva. La società va pubblicizzando quella che a suo dire è “la prima vera riconversione industriale del nostro paese”. Si tratta del salvataggio della Ferriera di Servola, a Trieste, un sito di interesse nazionale già in crisi e amministrazione straordinaria. Tempo fa, attraverso la controllata Siderurgica Triestina, il gruppo Arvedi ha rilevato la Ferriera.  Da qui la compagna per sottolineare come “in soli 18 mesi” l’area “è stata messa in sicurezza e risanata, la produzione resa compatibile con l’ambiente, rinnovati i capannoni esistenti, realizzati nuovi edifici per accogliere moderni impianti”. Il tutto con aumenti occupazionali. Ma forse più indicativo è il messaggio finale: “acciaio di qualità nel rispetto dell’ambiente, della salute e della sicurezza di coloro che lavorano in azienda e vivono il territorio”. Insomma, a molti osservatori pare che Arvedi stia “lustrando” il più possibile l’operazione di Trieste per accreditarsi ulteriormente con il Governo e la politica in vista del dossier Ilva. Per l’acciaieria di Taranto, giova ricordare, ci sono due cordate in ballo. La prima, riunita sotto la sigla AcciaItalia, comprende Arvedi, Cassa Depositi e Prestiti e la Delfin di Leonardo Del Vecchio; la seconda, sotto le insegne della Am Investco Italy, raggruppa i franco-indiani di ArcelorMittal e il gruppo Marcegaglia. In teoria l’appoggio della pubblica Cassa Depositi e Prestiti, che è controllata dal Tesoro, dovrebbe già adesso garantire ad Arvedi una certa predilezione da parte del Governo. Così come l’operazione di Trieste ha portato al gruppo le simpatie del governatore del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, renziana vicesegretaria del Pd. Ma evidentemente il gruppo di Cremona non si sente ancora tranquillo.  Del resto la cordata concorrente sta facendo notare da mesi che dal punto di vista industriale tra le due offerte non ci dovrebbe essere paragone, come dimostrato da quelli che fino a poco tempo fa erano pesi percentuali espressi da ogni azienda: in Am Investco Italy la quota “industriale” di ArcelorMittal, primo produttore mondiale di acciaio, è dell’85%, con Marcegaglia, che trasforma acciaio, al 15%; in AcciaItalia l’apporto industriale di Arvedi si ferma al 22,2%, mentre è preponderante l’apporto finanziario con Cassa depositi e prestiti al 44,5% e Delfin al 33,3%. Per questo di recente è corsa voce di un imminente coinvolgimento nella cordata Arvedi degli indiani di Jindal, colosso che potrebbe essere in grado di colmare il gap “industriale” dell’offerta. Ma tra gli esperti di settore corre voce che Arvedi abbia anche il problema di assicurare un futuro all’azienda, dopo generazioni che forse ora non forniscono più le garanzie di un tempo. Al punto che lo sbocco finale della partita Ilva potrebbe essere quello di conferire Arvedi all’eventuale nuovo gruppo. Insomma, una serie di questioni aperte che sarebbero dietro la campagna lanciata dall’azienda di Cremona. Il cui obiettivo forse è completamente un altro.

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