La Lega alza il tiro. E va a braccetto con la lobby delle armi. Da tempo c’è un accordo con i pistoleri. E il pressing non accenna a diminuire

di Carmine Gazzanni
Politica

Che questo fosse il vero volto della Lega era noto a tanti. Ma, si vede, non ai Cinque stelle. Il legame del Carroccio col mondo delle armi è cosa risaputa. C’è addirittura un accordo scritto, siglato da tanti attuali parlamentari leghisti in campagna elettorale, che impegna la Lega su diversi fronti del mondo armato. E così, subito dopo l’approvazione della legittima difesa, il Carroccio lancia una nuova proposta che punta a facilitare l’acquisto di armi per la difesa personale.

Circa 70 deputati hanno sottoscritto una proposta di legge – prima firmataria è la deputata Vanessa Cattoi – aumentando da 7,5 a 15 joule il discrimine tra le armi comuni da sparo e quelle per le quali non è necessario il porto d’armi. In Italia infatti è attualmente possibile detenere un’arma anche senza avere il porto d’armi ma per essere a libera vendita deve avere una potenza inferiore ai 7,5 joule. Al di sopra di quel limite – in Francia è di 40, in Spagna è di 21 – si considera arma da fuoco e serve una autorizzazione e denuncia di possesso.

A onor del vero il Movimento cinque stelle ha subito precisato – Luigi Di Maio in primis – che del disegno di legge, nonostante i 70 parlamentari leghisti firmatari, non se ne farà nulla perché l’animo dei pentastellati resta – così dicono – pacifista. Sarà. Certo è che non era assolutamente un mistero il legame della Lega stessa con le associazioni che da sempre spingono per una legislazione differente da quella attuale. Per capire di cosa stiamo parlando bisogna fare qualche passo indietro. Siamo in piena campagna elettorale e diversi esponenti leghisti in quelle settimane hanno sottoscritto un impegno formale per farsi carico delle richieste dei comitati impegnati a contrastare le politiche a loro dire restrittive in materia di detenzione di armi.

In quella lettera si parla di “assunzione pubblica di impegno a tutela dei detentori legali di armi, dei tiratori sportivi, dei cacciatori e dei collezionisti di armi”. Dopodiché la lettera prosegue con la solenne formula: “Sul mio onore mi impegno” e via, poi, una serie di richieste. Tra cui “difendere dagli attacchi ideologici le attività venatorie e sportive e ad impedire che vengano approvate misure disincentivanti quali nuovi oneri amministrativi o economici”. E, ancora, “fare tutto il possibile affinché la “direttiva armi” approvata nel 2017 venga recepita senza introdurre oneri e restrizioni non espressamente previsti dalla stessa”.

Parliamo cioè della direttiva 477 che, non a caso, è stato recepita “senza introdurre oneri e restrizioni” e anzi aumentando il numero di armi che si possono legalmente detenere già nello scorso settembre. Ma altro punto fondamentale è proprio sull’urgenza di “affrontare con serietà e decisione l’inevitabile e necessaria revisione dell’istituto della legittima difesa”. Esattamente come fatto oggi dalla Lega. Finita qui? Certo che no. Tra gli impegni c’è anche quello di “diminuire, salvaguardando gli efficaci controlli già esistenti, ogni ostacolo amministrativo e burocratico a carico dei detentori di armi, degli sportivi e dei cacciatori che non sia strettamente indispensabile per motivazioni di Pubblica Sicurezza”. Un punto, questo, che sembra dare giustificazione al ddl della Cattoi.

A questo punto la domanda è chi ha dato seguito a tali richieste. Uno dei gruppi più combattivi sulle questioni armate, il Comitato D-477, ha stilato poco prima delle elezioni del 4 marzo l’elenco di “coloro che si sono distinti e/o hanno sottoscritto l’impegno pubblico da noi promosso”. Non solo Matteo Salvini. Ma anche il capogruppo del Carroccio alla Camera Riccardo Molinari, il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, gli onorevoli Massimo Candura, Claudio Broglio, Anna Cinzia Bonfrisco, Guido Guidesi, l’ex sindacalista della Polizia e oggi senatore leghista Gianni Tonelli. Insomma, c’è da aspettarsi altre incursioni leghiste sul fronte delle armi dopo la legittima difesa. Resta il dubbio su come sia stato possibile che un accordo esplicito sia “sfuggito” ai pentastellati.