La macchina di Zeus va al Maxxi. Il museo d’arte contemporanea stupisce ancora. Un parallelepipedo dorato vince il premio dell’anno

di Franz Besteck
Cultura

Mettere il regista Matteo Garrone in una giuria artistica (non di cinema), per vedere l’effetto che fa. Davvero una scommessa, quando ci sono da valutare quadri, sculture e installazioni. È successo a Roma, al premio Maxxi, nel museo d’arte contemporanea di via Guido Reni guidato da Giovanna Melandri. L’esperimento ha permesso a Zapruder filmmakersgroup (formato da David Zamagni, Nadia Ranocchi e Monaldo Moretti, proposto dal direttore del Mart Gianfranco Maraniello), con l’opera Zeus Machine, di vincere l’edizione 2016 del riconoscimento. Un premio che permette all’opera di essere acquistata dal Maxxi e al gruppo Zapruder di ottenere un catalogo di approfondimento.

MESSAGGIO UNIVERSALE
Il lavoro, oltre che da Garrone (che ha diretto il film Gomorra, tratto dal libro di Roberto Saviano, atteso alla prova di un prossimo Pinocchio e in passato autore di una pellicola come Estate romana, nel 2000), è stato scelto da una giuria composta dal direttore artistico del Maxxi Hanru Hou, dalla giornalista Helena Kontova, dalla ministeriale Anna Mattirolo, dal direttore di Tate Liverpool Francesco Manacorda e dal curatore Adelina von Furstenberg, direttore e fondatore di Art for The World. Questa la motivazione: “Per il solido percorso creativo, la compiutezza e la maturità di un’opera capace di attraversare i linguaggi della performance, del teatro, del design e del cinema come segno di radicamento nella cultura italiana; per la capacità di valicare i limiti geografici, trasformando un’identità locale in un messaggio universale, in maniera sperimentale e innovativa”. Ma cos’è l’opera Zeus Machine? Un parallelepipedo dorato sopraelevato, che si staglia come un oggetto misterioso negli spazi del museo. Dopo il primo impatto di stupore, il visitatore capisce che è possibile accedere all’interno della struttura, dove è proiettato un video ispirato alle fatiche di Ercole.

IDEE, SPAZIO E MATERIALI
Una menzione speciale è stata consegnata a Ludovica Carbotta “per la maturità raggiunta nell’interpretare lo spazio del Museo riconsiderandone ruolo e funzione; per lo studio dei materiali fino a farli diventare espressione di un’idea, di un concetto; per la forte evocazione di un’ interazione tra un luogo fisico e un territorio immaginario”. L’opera Monowe (the City Museum) è un edifico immaginario, un museo nel museo, ispirato ai volumi della Caserma Montello, che precedentemente occupava gli spazi dove oggi c’è il grande museo del Maxxi. I lavori di tutti e quattro i finalisti (Riccardo Arena, Ludovica Carbotta, Adelita Husni-Bey, Zapruder filmmakersgroup) sono esposti nella mostra a cura di Giulia Ferracci fino al 29 gennaio, che quest’anno in occasione dei quindici anni del premio comprende anche una sezione documentaria con il racconto di tutte le precedenti edizioni e degli artisti che negli anni vi hanno partecipato. Un’autocelebrazione che forse sa di trop