La macchina Pd a Maurizio Martina: concreta l’ipotesi vicesegretario unico. Ecco perché Renzi può starci

di Stefano Iannaccone
Politica

Dalla fondazione Italianieuropei con Massimo D’Alema, al Governo con Matteo Renzi. Senza essere etichettato né dalemiano né renziano. E con la capacità di muoversi attentamente, finendo pure per cancellare la sua storica vicinanza a Filippo Penati. Il tutto, nonostante il ruolo di ministro delle Politiche agricole, che comunque ha dato una grande visibilità con la delega a Expo 2015. Maurizio Martina, 38 anni, si è guadagnato così la “nomination” come vicesegretario unico del Pd. Un ruolo che Matteo Renzi sta pensando di rafforzare, per rendere il partito più solido. Scampando allo stesso tempo all’accusa di volersi prendere tutto. Certo, la decisione non è ancora ufficiale. Ma il nome di Martina circola con insistenza. Specie per la sua capacità di rappresentare un possibile ponte con la minoranza. Ma per quale motivo proprio Martina? Prima di tutto Renzi ha imparato ad apprezzarlo. È entrato nel Governo da ministro con i gradi del “bersaniano”, dopo essere stato sottosegretario alle Politiche agricole con Enrico Letta.

RELAZIONI – Poi, quando l’area che fa riferimento a Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza ha assunto posizioni troppo critiche nei confronti di Renzi, Martina ha avviato l’operazione di sganciamento. E ha deciso di fondare, nel giugno 2015, la componente “Sinistra è cambiamento”, insieme all’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano. Facendo coniare la definizione di “minoranza dialogante”, che per i più critici “è un ossimoro. Anzi un modo per conservare il posto nel Governo”. Il diretto interessato, noncurante, ha proseguito, restando leale al premier. E ha scavalcato  posizioni nelle gerarchie di Renzi per il modo con il quale – da esponente dell’esecutivo – ha gestito l’Expo, che per il premier resta un grande successo. Da Palazzo Chigi hanno molto gradito, poi, il successo di Sala a Milano. Dove Martina ha saputo spendersi. L’attuale ministro ha le sue radici politiche proprio in Lombardia, nelle fila dei Democratici di sinistra. A lungo è stato il pupillo dell’ex presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, ed era stato etichettato – nel partito – come una sorta di “golden boy” del riformismo di sinistra.

GOLDEN BOY – Non a caso è diventato segretario regionale dei Ds nel 2006, ad appena 28 anni. Un rottamatore ante-litteram. Solo che a differenza del rottamatore originale coltiva uno stile schivo e rassicurante. Dispensando con cautela anche dichiarazioni e comparsate tv. Così ha ottenuto l’apprezzamento di Massimo D’Alema, che lo ha inserito nel comitato di indirizzo della fondazione Italianieuropei. La scalata è andata avanti con l’elezione nel Consiglio regionale della Lombardia. Il suo problema era, però, la collocazione geografica: quando il Centrosinistra arrancava in Lombardia ha dovuto subire pesanti sconfitte negli anni d’oro del forzaleghismo. Con la vittoria di Giuliano Pisapia, però, la “sindrome del nord” è stata superata. Ed è stato possibile l’attracco a incarichi di livello nazionale. Da ministro ha poi schivato, ignorandoli, gli attacchi delle opposizioni, in particolare del Movimento 5 Stelle che aveva chiesto di sfiduciarlo per la sua gestione delle Politiche agricole. La riservatezza di Martina si traduce anche nella scelta dei collaboratori. L’unico suo uomo di fiducia è Angelo Zucchi, attuale capo della segreteria al ministero ed ex deputato. Zucchi, che è stato anche capogruppo dell’Ulivo in commissione Agricoltura dal 2006 al 2008, è molto ascoltato da Martina, pure per l’esperienza politica: da consigliere comunale di Siziano (in provincia di Pavia) è riuscito ad arrivare alla Camera. Guidando il suo “allievo” fino ai vertici del partito nazionale. Renzi permettendo.