La maggioranza è a pezzi

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di Lapo Mazzei

Gli addetti ai livori (secondo il lessico di Roberto D’Agostino, guru di Dagospia) lo hanno già rubricato alla voce “faida” interna al Pd. Cosa che di questi tempi non fa nemmeno troppo notizia. Per altri, invece, la mancata nomina di Pier Carlo Padoan a presidente dell’Istat sarebbe solo il frutto amaro di un governo senza più zuccheri per correre, sfiancato dal pressing ossessivo di Matteo Renzi. Questione di punti di vista certo, ma il risultato finale è lo stesso. La nomina non c’è stata e il braccio di ferro resta tale. E non è un caso se l’ex viceministro Stefano Fassina si spinge sino al punto di parlare di «autolesionismo» in relazione al voto segreto che ha affossato (per ora) la nomina del capo economista dell’Ocse. Perché i conti non tornano se Padoan ha incassato, in Commissione Affari costituzionali al Senato, 17 dei 18 voti necessari per passare. Giusto uno in meno. Dettaglio, ma neanche tanto: una scheda bianca e qualche assente. E allora ecco il pallottoliere, per provare a capire da dove arrivi il fuoco amico. La commissione, composta da 27 membri, è chiamata ad esprimere un parere vincolante sulla nomina, indicata da palazzo Chigi. È necessaria la maggioranza di due terzi dei componenti e non solo dei presenti. Come afferma il senatore democratico Francesco Russo «c’è stata la sottovalutazione della maggioranza qualificata». I conti, però non tornano affatto. Anzi, rischiano di essere fuorvianti. In Commissione, sulla carta, la maggioranza di governo ha 15 senatori: 9 del Pd, uno delle Autonomie, 2 di Ncd, 1 dei Popolari di Mauro, 1 di Sel, 1 di Scelta civica. Per passare è necessario un accordo con un pezzo di opposizione. E questo accordo, secondo autorevoli fonti del Pd, c’era. Perché la nomina è un’antica pratica da sbrigare risalente a quando al governo c’era anche Berlusconi. E Forza Italia non aveva posto veti. È successo però che qualcosa si è inceppato. Padoan incassa 17 voti favorevoli, quindi più della sua maggioranza, quindi anche voti di Forza Italia. Ma non tutti quelli che servono. Attenzione: due assenti sulla carta avrebbero dovuto sostenerlo. E sono Albertini (Popolari) e Casellati (Forza Italia). Poi c’è, tra i presenti, un voto contrario che si somma ai quattro voti dei grillini. E soprattutto una scheda bianca. Morale: 17 favorevoli, 5 contrari e una scheda bianca. Assenti: Casellati, Albertini, Calderoli. Il presidente Finocchiaro non vota. Decisivi per affossare Padoan le assenze di Albertini e Casellati, la scheda bianca, e un voto contrario non previsto.

Si cerca di rimediare
E allora l’incidente è politico. Perché adesso inizia tutta un’altra partita e una nomina, che finora sembrava scontata, scontata non è. Nelle stanze di Forza Italia al Senato già aleggia la domanda: «Perché noi a questo punto dovremmo far passare la nomina visto che non siamo più al governo?». Insomma, ora che si è posto il problema nulla è scontato visto che Padoan rappresenta certo una personalità di rilievo ma pur sempre di un uomo legato all’establishment di centrosinistra, da Massimo D’Alema a Enrico Letta. E benedetto dal Quirinale. Ambasciatori grillini avrebbero già chiesto al capogruppo di Forza Italia di «non fare scherzi» perché l’incidente dimostra che sulla partita delle nomine il governo non ha per niente forza e sicurezza parlamentare. In serata il ministro per i Rapporti con il parlamento Dario Franceschini  prova a smorzare i toni della polemica. «Ha chiarito tutto la presidente Finocchiaro su cosa è avvenuto in Commissione e sull’errore procedurale in sede di votazione sul parere per la nomina del presidente dell’Istat. Ovviamente il Governo confermerà l’indicazione del Professor Padoan in modo che la votazione possa essere ripetuta in modo corretto».

Il pressing di Renzi
Già, un errore. Ma stavolta il governo riuscirà a portare a casa il risultato? «Il Pd non mina le gambe al governo. Il governo si logora se non fa le cose», ha ribadito il segretario del Pd, sciorinando il solito rosario anti Letta durante i lavori della direzione. «Il compito del Partito è stilare un elenco di impegni su cui dare speranza all’Italia e non fare polemiche con gli alleati». E poi il colpo da Ko: «Noi vogliamo che il governo vada avanti, ma non ci chieda di fare un rimpastino in cui mettiamo un nostro al posto di uno di loro, queste cose spettano al presidente del Consiglio, il governo ci deve proporre un orizzonte, magari parlarci prima delle cose, evitare di inserire cose nei decreti omnibus». Insomma non deve fare errori. Come quello appena commesso sulla nomina del presidente dell’Istat.