La maggioranza Pd blinda Letta segretario. Nel panico gli ex renziani. Che ora chiedono il Congresso anticipato

Pd Letta
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Alla fine a dare le carte in quel marasma di anime, correnti, primedonne comparse e comprimari che è il Pd è sempre lui, Dario Franceschini. Che parla poco e si muove (sottotraccia) molto. Il nome tirato fuori dal cilindro per uscire dalla palude in cui si sono ritrovati al Nazareno dopo le dimissioni di Zingaretti – quello di Enrico Letta, ex premier e tra i fondatori del Pd ma momentaneamente in altre faccende affaccendato – si deve proprio al ministro ella Cultura e colui che del segretario dimissionario e della sua linea politica (pro alleanza coi 5Stelle e pro Conte) è stato ispiratore, cioè Goffredo Bettini, che non a caso gli ha riservato parole al miele: “Letta è una figura molto forte e competente. La stimo e la rispetto. Non avrei alcuna preclusione nel sostenerlo”.

Minimo comune denominatore fra i tre (Franceschini, e Bettini e Letta)? Un antirenzismo viscerale, con intensità diverse e per ragioni diverse ma in ogni caso decisamente spiccato. Come dimenticare quel “Enrico stai sereno”, sintetico quanto perfido tweet di Renzi, visto che nella famosa Direzione nazionale Pd che si sarebbe svolta due giorni dopo, il 13 febbraio 2014, ne chiese la testa e lo costrinse a mollare la presidenza del Consiglio, per poi approdarci lui. A onore del vero lo stesso Franceschini non fu certo estraneo alla defenestrazione ma questa è la politica, bellezza, i nemici di ieri sono gli amici di domani e quando di mezzo c’è il potere non si guada in faccia a nessuno.

Non a caso Letta, dal suo buon retiro parigino mica ha declinato l’offerta, e il suo cordiale messaggio ai compagni di partito (“Sono grato per la quantità di messaggi di incoraggiamento che sto ricevendo. Ho il Pd nel cuore e queste sollecitazioni toccano le corde più profonde. Ma questa inattesa accelerazione mi prende davvero alla sprovvista; avrò bisogno di 48 ore per riflettere bene. E poi decidere”) altro non è che un modo molto garbato per fa capire che la sua eventuale e accettazione non è scevra da condizioni: no reggenza ma pieno mandato fino al 2023 e investitura col consenso più ampio possibile, onde evitare il logoramento a cui lo stesso Zingaretti è stato vittima da parte della minoranza interna.

La minoranza, appunto: da un parte c’è la posizione attendista dei Giovani turchi che fanno capo a Matteo Orfini, con il senatore Francesco Verducci che spiega che “è importante una nuova linea politica, che ridia forza e centralità al Pd e intorno a quella costruire una segreteria unitaria in cui tutti possano riconoscersi. Enrico Letta sarebbe certamente un segretario autorevole ma quel che soprattutto conta per noi è lo schema politico. Servirà presto, appena la pandemia lo permetterà, fare un congresso vero. C’è bisogno di un Pd che si riconnetta alla società e di un congresso rifondativo che metta in campo una costituente con pezzi di società”, e dall’altra Base rifomista, cioè gli ex renziani non proprio entusiasti (per usare un eufemismo) che al Nazareno possa arrivare Letta e soprattutto che vi rimanga fino alle politiche del 2023, cioè al momento di formare le liste elettorali.

Non a caso il capogruppo Pd a Palazzo Madama Andrea Marcucci, dichiara: “Le valutazioni le dovrà fare l’assemblea, certamente Letta sarebbe un candidato autorevole, al serve un segretario, ma serve anche un congresso dopo le amministrative per risolvere le molte questioni che ci portiamo dietro da anni”. Parla invece di “Aprire insieme una nuova fase costituente” il convitato di pietra di ogni discorso sul Congresso, Stefano Bonaccini.