La nostra tavola apparecchiata dalle mafie

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di Antonello Di Lella

Aggredire l’agroalimentare. È la nuova frontiera delle organizzazioni criminali che puntano dritto a fare affari con il cibo made in Italy. Una tendenza in atto già da qualche anno ed esplosa letteralmente nel 2013, quando si è registrata un’impennata di violazioni relative al settore agroalimentare. Sono 9.540 i reati accertati, più del doppio rispetto all’anno precedente. Il cibo italiano fa sempre più gola e ora l’acquolina in bocca è venuta anche ai clan della malavita. Numeri che parlano chiaro, sia per la quantità elevata di soggetti coinvolti che per il crescente numero di indagini. A sollevare l’allarme c’ha pensato Legambiente con la presentazione dell’annuale rapporto “Ecomafia 2014”: un dossier che fa luce sui reati legati all’ambiente nel suo complesso.

Controllo totale
Il vero obiettivo dei clan è arrivare a mettere le mani sull’intera filiera produttiva. Prioritario quindi controllare le campagne (attività ormai storica). Ma non solo per i prodotti della terra. Essere latifondisti oggi significa anche poter aspirare a fondi pubblici destinati al sostentamento dell’economia delle aree svantaggiate. Con uno sguardo vigile sui fondi strutturali. Ma occorre andare oltre per essere i più competitivi sul mercato. Gestendo direttamente anche trasporti, distribuzione e pure i mercati ortofrutticoli. Dal dossier emerge, inoltre, che tante altre holding criminali si sono ormai specializzate anche nella contraffazione di marchi. E soprattutto nell’italian sounding: utilizzando denominazioni geografiche, immagini e marchi che evocano il Belpaese vengono promossi e commercializzati prodotti che non hanno niente a che fare con l’Italia. Una procedura che evoca tutti gli aspetti della concorrenza sleale e della truffa nei confronti dei consumatori. Tanto più se ci si riferisce al settore agroalimentare.

Prodotti senza qualità
Nonostante i controlli, oltre 500 mila nell’anno passato, le attività criminose si sono raddoppiate. A pagare il prezzo più salato i consumatori. Che in alcuni casi avranno anche risparmiato qualche spiccio, risentendone però a livello di qualità. Dall’indagine realizzata da Legambiente e dal Movimento difesa del cittadino denominata “Italia a tavola 2013” emerge che tutti quei controlli hanno portato al sequestro di 28 mila tonnellate di prodotti, per un valore economico complessivo di oltre mezzo miliardo di euro. Stime del ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali attribuiscono alla contraffazione un valore di quattro miliardi di euro. Il falso made in Italy messo in circolo nel mondo, invece, arriverebbe a pesare 50 miliardi di euro. Un danno per il nostro Stato e soprattutto per le nostre aziende che rispettano la legge e i meticolosi vincoli richiesti dalle regole del settore. Quello dell’agroalimentare è un settore chiave per il nostro Paese mettendo in circolo ogni anno almeno 245 miliardi di euro tra consumi, export, distribuzione e indotto: il 15% circa del valore di tutto il Prodotto interno lordo italiano. Difenderlo è quindi una priorità.

Acquolina in bocca
Dai produttori di mozzarelle a quelli di olio d’oliva non mancano i casi di imprenditori sospettati di legami criminosi. Solo qualche mese fa in Campania è finito agli arresti domiciliari il titolare di un’azienda produttrice di prodotti caseari: l’imprenditore avrebbe costruito un impero economico grazie ai soldi di un clan camorristico. Mozzarelle di bufala vendute in tutto il Paese, ma solo grazie al reimpiego e al riciclaggio di capitali illeciti: questo il sospetto. Una vicenda su cui si continua a indagare. Ma una delle tante. Che rendono chiara l’idea di quanto il settore possa far gola. Altra coltivazione a rischio “infiltrazioni” è quella dell’olio extravergine di oliva: una produzione dal valore elevato. Sul finire dello scorso anno sequestrati a Reggio Calabria beni per oltre 350 milioni di euro a un noto imprenditore del settore. E con il cibo nel mirino dei clan, Legambiente invita a prestare attenzione anche al settore della Grande distribuzione organizzata, definita la “nuova frontiera della criminalità”.

 

Ancora schiaffi all’ambiente, il malaffare vale 15 miliardi

di Antonello Di Lella

L’ambiente italiano continua a essere preso a schiaffi. Sono oltre 29mila le infrazioni accertate nel nostro Paese in tutto l’anno 2013, con 321 clan censiti e quindi attivi nel compimento di reati ambientali. Ogni giorno il nostro territorio viene violato in media 80 volte, tre volte ogni ora. Un business illegale che vale almeno 15 miliardi l’anno. A snocciolare i dati il rapporto “Ecomafia 2014” realizzato da Legambiente. Lo studio mostra un’aggressione senza tregua ai beni comuni: cambia la geografia degli ecocrimini, cambia il modus operandi di colpire l’ambiente, ma alla fine la sostanza resta sempre la stessa. A favorire i reati ambientali secondo Legambiente “è una legislazione del tutto inadeguata, a carattere sostanzialmente contravvenzionale e basata su una vecchia impostazione che riconosce massimamente le ragioni dell’economia tralasciando i costi ambientali, sanitari e sociali”. Oltre a un disegno di legge fermo in Senato, risulta ancora inattiva la commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti.

Il business dei rifiuti speciali
Tirando le somme il 2013 fa registrare un leggero miglioramento rispetto all’anno precedente. Il business ecocriminale, infatti, risulta in calo: dai 16,7 miliardi del 2012 ai 15 dello scorso anno. Secondo l’associazione ambientalista tale diminuzione è dovuta “alla minore circolazione di soldi pubblici nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, che conta sì l’acqua sporca dove si muovono i clan, ma riduce anche i servizi a favore della collettività”. Ciò che resta invariato è il business illegale dei rifiuti speciali, il fatturato dell’abusivismo edilizio, l’agroalimentare, il racket degli animali e l’archeomafia. Per quanto riguarda i reati commessi, invece, il miglioramento della situazione sembra dovuta alla riduzione degli incendi. Aumentano le denunce, calano i sequestri, mentre restano stabili gli arresti. Un dato, quest’ultimo, che non può far certo cullare sugli allori i controllori.

Spazzatura romana
Quello dei rifiuti è da sempre un settore che fa gola alla criminalità organizzata come dimostrano anche vari filoni d’indagine. Il dossier testimonia che pure lo scorso anno ha fatto registrare un boom di reati legati al ciclo dei rifiuti. Ben 90 arresti in tutta Italia, con un aumento intorno al 15% di violazioni e denunce. Al di là dei luoghi comuni è ancora la Campania a conquistare la vetta della classifica, con il 17% del totale delle violazioni in tutta la penisola. A seguire Puglia, Campania e Lombardia. Non c’è il Lazio dove l’emergenza è relativa soprattutto a Roma, essendo la seconda provincia in Italia dopo quella di Napoli. Aumentano anche i reati contro la fauna: traffico illegale di specie protette, bracconaggio, abigeato (sottrazione di bestiame), pesca di frodo, allevamenti illegali, maltrattamenti e combattimenti clandestini. Altro dato da non sottovalutare, secondo Legambiente, è quello dei comuni sciolti per mafia, perché “le mafie dopo essersi radicate nei territori infilano gli artigli nelle istituzioni pubbliche”. Così quindi potrebbero agire anche nei settori del cemento e dei rifiuti. Solo nel 2013 le amministrazioni comunali sciolte sono state 16, altre 5 nel 2014 (dato aggiornato al 10 aprile 2014). Dal 1991 ad oggi il totale delle amministrazioni commissariate è di 248. E tra i reati esplosi in ambito ambientale ricorre sempre più il fenomeno della corruzione

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