La panic room globale del Covid. Il triangolo perverso di paura, politica e contagio. Beck e Castel ce ne spiegano le metamorfosi

di Carmine Castoro
Cultura

Dalla città-fantasma di Wuhan alla caccia al famigerato “paziente zero” di Codogno a fine febbraio 2020, il Covid è stato il capofila di una drammatizzazione globalizzata turbocompressa di tipo allarmistico, terroristico, ultralocalistico, difensivistico. Come aveva già detto il filosofo Robert Castel (nella foto) in un saggio pubblicato su Aut Aut n° 370, “una grande utopia igienista gioca sui registri alterni della paura e della sicurezza per imporre un delirio di razionalità traviata, il regno assoluto della ragione calcolatrice e il potere non meno assoluto dei suoi agenti, pianificatori e tecnocrati, amministratori di felicità di una vita alla quale non ne ritorna nulla”.

Cioè a dire, la paura dalle società feudali e agricole o transumanti non ha più un oggetto specifico (i guerrieri avversari, i predoni, il clima sfavorevole, le usurpazioni etc.) e non ha più un orizzonte significante e causativo, celeste o terreno che sia, Dio o il maligno di turno. Nella contemporaneità, al contrario, essa dipende da fattori anonimizzati come il Progresso, il Mercato, i sentiment spettacolarizzati, e le istituzioni arretrano, per non dire corrugano o lasciano estinguere miserabilmente, il loro mandato rassicurante, giudizioso, laborioso di intervento sulle popolazioni.

Oggetto e problem solver svaniscono. La conseguenza è una imprevedibilità febbrile, l’incognita oppressiva, il cosmo trasformato in una gigantesca panic room; e allora la deterrenza psico-sanitaria, la clinicofilia, il dirigismo degli “esperti”, lo tsunami televisivo, l’implosione quasi secessionista di caste e governi, prendono inesorabilmente il sopravvento. Che è poi quello che dice Beck in un’intervista del 2003, La società della paura e del rischio (Asterios la ripropone a partire da questi giorni in una versione scaricabile gratis), quando parla di quelle “incertezze fabbricate” che, “imposte da rapide innovazioni tecnologiche e da risposte sociali accelerate, stanno creando un panorama di rischio globale sostanzialmente nuovo. In tutte queste nuove tecnologie a rischio incerto, siamo separati dai possibili risultati finali da un oceano di non conoscenza”.

E ancora: “Grazie alle nostre decisioni, assunte in passato, sull’energia atomica e le nostre decisioni attuali sull’uso dell’ingegneria genetica, della genetica umana, delle nanotecnologie e dell’informatica, possiamo scatenare delle conseguenze imprevedibili, incontrollabili, e persino incomunicabili che minacciano la vita sulla terra”. Dunque, la rabbiosa velocità espansiva della modernizzazione e la sua ingovernabile multifaccialità dai ritmi antropicamente inaccettabili, dialoga perversamente col Covid, ma offrendo “risposte sociali accelerate”, dunque inadeguate. Un Grand Prix sospeso fra follia e contagio.