La psicosi più nociva del Coronavirus. A Codogno fatti degli errori. Parla il virologo Giulio Tarro: “Panico ingiustificato. Fuori di testa bloccare le città oltre i focolai”

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“Alla fine era inevitabile: ha prevalso la psicosi, con la conseguenza che è più pericolosa questa che il coronavirus stesso”. Comincia con un’amara battuta la chiacchierata col professor Giulio Tarro, virologo di fama internazionale e in passato candidato anche al premio Nobel che, dal suo studio di Napoli, commenta quanto sta accadendo in questi giorni. “Partiamo da un presupposto a scanso di equivoci – precisa ancor prima che si abbia modo di rivolgere una domanda -. È una malattia che nel 98% dei casi non dà problemi”.

In questa settimana, invece, siamo stati invasi dai numeri dei contagiati.
Funziona sempre così, purtroppo. Si guardano sempre i numeri relativi ai casi di contagio o alle vittime piuttosto che agli oltre 25mila circa che sono stati dimessi dall’ospedale. Questo permetterebbe certamente una lettura dell’epidemia più ponderata.

Perché, secondo lei, è scoppiata quest’emergenza così, da un giorno all’altro?
Ma in realtà non è così. C’è stato un grosso problema di sottovalutazione. Al di là del rischio che per prima la Cina abbia nascosto qualcosa, anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità era stata avvertita di quest’epidemia dall’autorità cinese già il 31 dicembre scorso. Solo dopo una settimana, però, l’Oms si è riunita sottovalutando di fatto il problema e solo dopo tre settimane sono cominciati ad arrivare le prime concrete indicazioni.

E l’Italia? Come ha reagito al problema?
L’Italia non si è comportata male. Resta il fatto, però, che alcune misure non solo sono state inutili ma anche controproducenti: bloccare i voli diretti dalla Cina non ha portato a nulla dato che ovviamente i turisti arrivavano facendo scalo in altre capitali europee e non. In questo modo non si è bloccato il transito del virus, che era di fatto inevitabile, e si è creato ulteriore allarmismo.

Sulla chiusura delle “zone rosse” cosa ne pensa?
Guardi, bene si è fatto a circoscrivere le zone dei focolai, esattamente come si faceva con la “quarantena federale” negli Usa al tempo del vaiolo. Ma tutte le altre misure fuori dai focolai che hanno riguardato musei, mostre, pub eccetera sono fuori di testa.

C’è stata forte polemica sull’operato dell’ospedale di Codogno, dov’è stato ricoverato iniziamente il “paziente 1”. Crede che lì la questione sia sfuggita di mano?
Non punto il dito contro nessuno, ci mancherebbe. C’è però un fatto: in Italia ci sono reparti e ospedali di malattie infettive, di contro ci sono tanti ospedali di provincia che non possono essere preparati allo stesso modo. È presumibile che a Codogno qualche normativa non si sia stata seguita perché non c’erano stati in passato problemi epidemiologici di questo genere.

Arriviamo ai consigli del virologo alla cittadinanza.
Partiamo dalle mascherine. Sono importanti per chi ha contratto il virus affinché non “infetti” altre persone. E sono altrettanto importanti per i medici o le forze dell’ordine che ovviamente devono stare a contatto con i malati. Per il resto, però, non c’è quest’urgenza di indossare per strada le mascherine. Tanto vale coprirsi con la sciarpa.

Addirittura?
Quello che voglio dire è che non ci servirebbe un’indicazione per capire che è sempre meglio lavarci le mani dopo essere stati fuori, in metro o per strada. Si tratta di regole e comportamenti di buon senso.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

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