La Rai mette la sordina all’antipolitica. Vietato dar voce agli indignati in prima serata

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di Marco Castoro

C’è poco da obiettare: oggi la Rai si regge sulle fiction e sull’informazione. Oltre i grandi eventi, tipo il festival di Sanremo e la nazionale di calcio, che fanno il pieno di ascolti, Viale Mazzini ha perduto molto del suo smalto. Ha perso trasmissioni faro come Annozero, X-Factor e prim’attori come Michele Santoro, Simona Ventura e Paolo Bonolis. Non ha più i diritti del mondiale di Formula 1 (anche se grazie a Bernie Ecclestone nove gran premi in diretta possono essere trasmessi), non ha più la Champions League. E ora ha mollato anche il tradizionale concorso di Miss Italia. Scelte obbligate, dettate in gran parte dai motivi di cassa. Seppure spesso si è provato a smacchiare il giaguaro motivando certe decisioni con l’obiettivo di riportare nella tv di Stato i valori e la sobrietà. Prendere così le distanze dal trash e dai programmi della tv commerciale. Ma il mercato è il mercato. E la pubblicità viaggia a braccetto con gli ascolti e i periodi di garanzia. Anche se, di recente, ha destato non poche polemiche con i competitor la scelta di abbassare i prezzi degli spazi pubblicitari in vendita. In questo quadro poco edificante per la Rai, sempre più vista da un pubblico in media over 55, l’informazione va a gonfie vele. Ballarò si è consolidato nella prima serata, è visto da oltre 4 milioni di telespettatori, e più di qualcuno sta spingendo Giovanni Floris verso Raiuno. Un po’ come è stato fatto con Fabio Fazio per il Festival di Sanremo. Bruno Vespa non tramonta mai e il suo Porta a Porta continua a ricevere consensi in seconda serata (in prime time non sempre è andata bene). Massimo Giletti ha fatto dell’Arena un appuntamento da non perdere. Santoro invece non è stato sostituito, nonostante si sia pensato prima a Giovanni Minoli e poi a Giuseppe Cruciani per il suo spazio in prima serata su Raidue. La rete che – pur soffrendo molto il mal di ascolti – ha praticamente deciso di non affidarsi più all’informazione. Al contrario di quanto hanno fatto prima La7 e poi Retequattro. Quest’ultima rete affiderà a Paolo Del Debbio una striscia quotidiana in access prime time per contrastare il successo di Lilli Gruber e del suo Otto e mezzo. Il secondo canale, invece, niente. Eppure il venerdì sera c’è un programma, L’Ultima parola, che – seppure vada in onda dopo le 23 –  è andato sempre benissimo. Uno share in doppia cifra a ogni puntata. Venerdì scorso è stato stabilito il record stagionale: 15,07% di share con 1.474.000 spettatori. Un risultato che ha dello storico per Raidue in questo periodo, nella quale perfino Roberto Benigni con il TuttoDante fa cilecca (sotto il 3%). Ma il saggio (quello di Nick Carter, non certo uno dei prescelti da Napolitano) direbbe: ma visti i risultati di Paragone perché Raidue non decide di assegnare la prima serata che fu di Santoro all’Ultima parola? Una produzione interna che costerebbe poco o niente, non essendo prodotta né da Endemol né da Toro o da Magnolia. Ma la trasmissione di Paragone cavalca l’antipolitica. I suoi ospiti sono in maggior parte imprenditori, blogger e giornalisti che polemizzano con la casta. Che chiedono riforme. Che contestano i politici e la loro melina (i presenti finiscono spesso nella bolgia del pubblico). In verità il direttore di Raidue, Angelo Teodoli, ci ha provato in tutte le maniere a portare Paragone in prima serata, ma il direttore generale, Luigi Gubitosi, si è sempre opposto. Trattasi di antipolitica, bellezza. E quindi deve andare in onda a tarda serata. Gli ordini di scuderia dell’agenda Monti (e della politica tradizionale) sono chiari: sobrietà. Inutile cercare dunque di forzare la mano a Gubitosi. Per i vertici Rai trasmissioni come Se una farfalla batte le ali con Giuliano Amato rappresentano il top della sobrietà. Peccato però che il programma non l’ha visto nessuno e viene considerato uno dei flop Rai più clamorosi degli ultimi anni.

@marcocastoro1

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