La Regione preferisce tacere sugli incompatibili di Zingaretti

di Valeria Di Corrado
Politica

di Valeria Di Corrado

Alla Regione Lazio si preferisce tenere le bocche cucite. Alla faccia della trasparenza. Dopo che “La Notizia” ha svelato che le nomine conferite da Nicola Zingaretti ad Antonio Rosati e Andrea Ciampalini vìolano la legge nazionale anticorruzione, i responsabili della comunicazione del neogovernatore si danno malati o irraggiungibili. Il che porta inevitabilmente a pensare che abbiano la “coda di paglia”.

Norma disattesa

C’è infatti un decreto legislativo che parla chiaro al riguardo (il n.39 dell’8 aprile 2013), stabilendo una nuova disciplina sul conferimento degli incarichi nella pubblica amministrazione “per evitare che si crei conflitto con l’esercizio imparziale delle funzioni pubbliche”. In parole povere, per evitare che ci siano scambi di favori. Il decreto non fa altro che dare attuazione a una delega affidata al Governo dalla legge anticorruzione del 6 novembre 2012. Eppure Zingaretti il 30 aprile ha firmato il decreto di nomina di Antonio Rosati, suo ex assessore al Bilancio alla Provincia di Roma, a commissario straordinario dell’Arsial (Agenzia per lo sviluppo e l’innovazione dell’agricoltura nel Lazio). Un incarico che non gli poteva essere conferito . “A coloro che nell’anno precedente siano stati componenti della giunta o del consiglio di una provincia della medesima regione – si legge nel testo di legge – non possono essere conferiti incarichi di amministratore di ente pubblico a livello regionale”. Quindi Rosati da ex assessore della Provincia di Roma non poteva avere l’incarico di amministratore dell’Arsial: “ente di diritto pubblico strumentale della Regione” è la dicitura sul sito internet dell’Agenzia dell’agricoltura.

Non pago, il governatore il 2 maggio, a distanza di due giorni, ha nominato Andrea Ciampalini vice capo dell’Ufficio di Gabinetto. Ma Ciampalini il 4 aprile scorso era stato già scelto dall’assemblea dei soci come presidente della società di diritto privato in controllo pubblico denominata “Sviluppo Lazio”, che si occupa per conto della Regione dell’attuazione delle politiche economiche e che vede l’80% delle azioni nelle mani della Pisana. Insomma il classico caso di incompatibilità: il controllore che controlla il controllato. Esattamente quello che la legge anticorruzione voleva evitare.

Nessuna vigilanza

E chi aveva il compito di vigilare? Secondo la normativa è il responsabile del piano anticorruzione (nel caso della Pisana il segretario generale Andrea Tardiola) che deve contestare l’insorgere delle situazioni di inconferibilità e incompatibilità, per poi passare la segnalazione all’Autorità nazionale anticorruzione, all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, nonché alla Corte dei Conti. Ma nessuna di queste authority era al corrente delle nomine. Nel caso di Ciampalini il decreto prevede che l’incarico decada dopo 15 giorni dalla contestazione. Mentre Rosati potrebbe “farla franca” perché il conferimento del suo incarico è arrivato 4 giorni prima l’entrata in vigore della legge. Questa almeno la voce ufficiosa che trapela dagli uffici di via Cristoforo Colombo.

La toppa

Se fosse vero sarebbe una toppa peggiore del buco. Come fa un’amministrazione come la Regione Lazio (non un piccolo comune di montagna) a ignorare la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale il 19 aprile di un decreto legislativo approvato l’8 aprile? La scusa sarebbe che la norma entra in vigore dopo 15 giorni.

Qui però si tratta di opportunità politica. Zingaretti non poteva non sapere che stava conferendo due incarichi che di lì a 2 giorni sarebbero stati dichiarati nulli. Non è questo il modo migliore per incominciare un percorso di governo in una delle regioni più strategiche (e allo stesso tempo indebitate) d’Italia.