La scuola boccia i figli adottivi. In un libro le esperienze vissute da ragazzi e genitori. Due giornaliste raccontano gli ostacoli da superare

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Se decidi di adottare un bambino devi avere le spalle larghe. Non basta un cuore grande. Ma se decidi poi di scrivere un libro per raccontare con verità tutta la tua avventura di mamma adottiva alle prese con un mondo ancora difettoso sull’adozione, allora la scommessa è sconfinata. I Fiori di Gerico nasce così. Alla base c’è una storia di adozione come tante. Un progetto di vita totalizzante destinato a funzionare solo se, assieme alla famiglia, funziona la collettività. Perché per adottare un bambino non basta essere in due: serve essere molti di più. E questo nessuno te lo dice prima. Lo capisci da solo, un po’ di tempo più tardi, quando il bambino è con la nuova famiglia e sei chiamato a cavartela ogni giorno senza il supporto di nessuno. In questo gioco delle parti, un ruolo fondamentale lo ricopre la scuola.

LA SCUOLA DEL MEDIOEVO
Innanzitutto la scuola, alla quale tu affidi un figlio “differente” dagli altri, inutile nasconderlo. “Oggi non possiamo fare i compiti. Credo che la maestra mi darà un brutto voto”. è vero spesso i compiti che ti danno a scuola non si possono svolgere. Nel sussidiario, a caratteri cubitali, c’è la consegna per il tuo bambino adottato. Lui dovrà scrivere nel suo quaderno, facendosi aiutare da me, quando gli è spuntato il primo dentino, il peso della nascita, le prime fotografie e perfino le emozioni della mamma quando era nella sua pancia. è un compito impossibile per lui. Eppure lo dice il suo libro di seconda elementare e lo ribadisce a scuola la maestra difronte alle mie perplessità. Abbiamo fatto insieme per giorni l’analisi logica di Hansel e Gretel, fiaba sull’abbandono per antonomasia, perché un’altra maestra aveva scelto così, costringendoci a riguardare in tutti i modi quella brutta cicatrice chiamata tradimento.

DIFFERENTI
La scuola non allinea le differenze, le acuisce. Non è formata per accogliere le diversità. “Perché disegni il volto dei bambini con la matita marrone? Il colore giusto è il rosa”, sottolinea la maestra al piccolo studente di prima elementare con la carnagione scura, arrivato in Italia a tre anni in una nuova famiglia dalla pelle bianchissima. Un libro scritto dunque per uscire allo scoperto. Per spiegare come sul complesso mondo dell’adozione non si è mai davvero pronti. Il villaggio sociale non è pronto. E difronte a questo, siamo costretti a chiedere ai nostri figli di essere resilienti, di farcela, nonostante tutto, a superare l’inadeguatezza della collettività. Grazie a mio figlio per la sua resilienza, per la sua straordinaria capacità di accogliere chi non riesce a farlo. Grazie per aver colorato, stavolta sì con i colori giusti, la copertina del nostro libro disegnando il grande cuore rosso dell’adozione e le sue fondamenta. Il libro verrà presentato domani a Montecitorio.