La sentenza colpisce il Cavaliere ma a rischiare di affondare è Letta

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Massimiliano Lenzi

Per Beppe Grillo la condanna di Silvio Berlusconi è come il crollo del Muro di Berlino, per Giuliano Ferrara si tratta, lo ha scritto ieri a caldo su Twitter, di «una sentenza vile e cazzona». Sono due stati d’animo radicali e distanti, quello di un comico fattosi leader politico che incarna la critica viscerale al sistema ed al berlusconismo, e quello – al polo opposto – di un giornalista e intellettuale amico di Berlusconi. Nella loro distanza e ferocia però le parole di Grillo e Ferrara toccano un aspetto di realtà politica: nulla sarà più come prima. Neppure per il governo di larghe intese. Ieri pochi minuti dopo la sentenza della Cassazione, in Parlamento era il delirio. A destra come a sinistra.
La condanna confermata con la richiesta di rideterminare solo l’interdizione ha segnato l’arrivo di una pena definitiva per il Cavaliere. Nel Pd, già in difficoltà a tenere a bada una parte del partito contraria all’alleanza con Berlusconi – seppure davanti a emergenza economica e crisi – comincerà la sfida finale.
I renziani e lo stesso sindaco di Firenze puntano a cambiare la legge elettorale e a lanciare la leadership di Matteo, andando al voto in tempi brevi. Enrico Letta proverà a tener su il governo, contando in questo sulla chiara posizione di Giorgio Napolitano. Ieri il Capo dello Stato, dopo la sentenza, ha avuto parole di equilibrio. «La strada maestra da seguire è sempre stata quella della fiducia e del rispetto verso la magistratura – ha detto – che è chiamata a indagare e giudicare in piena autonomia e indipendenza alla luce di principi costituzionali e secondo le procedure di legge. In questa occasione attorno al processo in Cassazione per il caso Mediaset e all’attesa della sentenza, il clima è stato più rispettoso e disteso che in occasione di altri procedimenti in cui era coinvolto l’onorevole Berlusconi. E penso che ciò sia stato positivo per tutti».
Poi il presidente della Repubblica ha aggiunto: «Per uscire dalla crisi in cui si trova e per darsi una nuova prospettiva di sviluppo, il paese ha bisogno di ritrovare serenità e coesione su temi istituzionali di cruciale importanza che lo hanno visto per troppi anni aspramente diviso e impotente a riformarsi». C’è solo un piccolo problema, e qui entriamo nella posizione del centrodestra: chi spiegherà al Pdl e allo stesso Berlusconi la bontà di una linea pacata che coincide con una sonora condanna, quando invece in passato davanti a posizioni di frattura verso la magistratura il Cavaliere se l’era sempre scampata in qualche modo?
D’accordo, tra condanna e linea soft non c’è nesso ma sta di fatto che ora nel Pdl volano i falchi. Tra un vertice e l’altro, già ieri sera erano desiderosi di riscossa. La tentazione – è sempre stato così in passato nei momenti decisivi del berlusconismo – potrebbe essere puntare sulle elezioni e sull’agonismo, vero mantra del Cav in questi decenni. Unico neo, il prezzo che il Paese potrebbe pagare, in termini di stabilità economica – e con lui le imprese, Mediaset compresa – dal ritorno a un caos politico. In questo breve pertugio, dunque, si consumerà l’immediato futuro politico tra un Berlusconi combattente e un Berlusconi accomodante. Quale se stesso sceglierà e quale direzione prenderà il Pdl?
Napolitano, vero artefice del tentativo di pacificazione nazionale anche attraverso un governo di larghe intese, tenterà sino alla fine di evitare nuove elezioni a breve, soprattutto senza sistema elettorale nuovo. Certo è che se cominciassero a volerle il Pd renziano, il Pdl, con Grillo che già le vuole, ben poco potrebbe fare il Capo dello Stato per evitarle. Ci sarebbe sempre la carta delle sue dimissioni ma francamente non sembra efficace; come potrebbe un Presidente che ha speso tutta la sua moral suasion per la stabilità e la governabilità in un momento critico per l’Italia, chiudere lasciando, con un gesto che aumenterebbe l’instabilità politica e di sistema? E proprio su questo senso di responsabilità di Napolitano contano i falchi, o meglio i desiderosi di chiudere le larghe intese andando al voto quanto prima.
Il leader è ferito – dicono – W il leader. “Reagire” ieri era una delle parole d’ordine dei parlamentari azzurri. Significa tante cose. La più ovvia è: manifestare contro la magistratura. Ma non produrrebbe risultati concreti. La più pratica quindi, da un punto di vista politico, sembrerebbe un’altra: alzare la posta delle richieste come partito di maggioranza – abrogazione totale Imu, separazione delle carriere, etc – sino a mandare in tilt le larghe intese. Sarebbe il delitto perfetto, Napolitano non potrebbe arrabbiarsi e comincerebbe un’altra fase. Unico rischio: l’economia che teme l’incertezza. Ancora una volta il Cavaliere sarà davanti al bivio della sua saga ventennale: fare il riformista moderato o l’agonista politico. Solitamente il secondo gli viene d’istinto e gli riesce meglio (per lui, non sempre per il Paese). L’uomo, si sa – lo ha scritto mirabilmente il filosofo Nietzsche – «si stanca di ciò che non è il prezzo di una lotta».