La sfida al ridicolo di un Renzi senza vergogna. Pur di attaccare il premier Matteo scomoda pure le vittime di Bergamo

di Francesco Carta
Politica

Dal basso della sua statura politica – che la si misuri col metro del consenso in caduta libera, inchiodato com’è nei sondaggi al di sotto del 3%, o con quello dello scellerato mantra del “riapriamo tutto, riapriamo subito”, contro ogni indicazione della scienza, come fosse un Salvini qualsiasi – la sfida al ridicolo di Matteo Renzi ha raggiunto ieri, in Aula al Senato, durante l’informativa al Parlamento del premier Giuseppe Conte, vette irraggiungibili per chiunque, d’ora in poi, volesse cimentarsi nell’ardito tentativo di eguagliarne l’indiscusso primato senza provare vergogna.

Un intervento, peraltro, trasmesso in pompa magna dalle tv fiancheggiatrici – più che del micropartito sempre più virtuale (nel Paese, ma malauguratamente non in Parlamento) dell’ex premier – di quel progetto restauratore dell’Ancien Régime dei poteri forti che, dai vescovi (scomunicati dal Papa sulle chiese aperte) a Confindustria (il portafogli prima della salute), ha trovato ultimo sponsor nel grande capitalismo italiano, ma con il domicilio fiscale all’estero. Plasticamente rappresentato, oggi, dal gruppo editoriale Gedi di John Elkann, a capo della più imponente corazzata dell’informazione italiana – da Repubblica a La Stampa, per citare solo i gioielli di famiglia – già schierati in trincea a cannoneggiare contro il Governo Conte.

Un groviglio di interessi che, grazie a Renzi, hanno trovato ora voce anche in Parlamento. Con quell’ultimatum paradossale (“Glielo diciamo in faccia: siamo a un bivio. Se sceglierà la strada del populismo non avrà al suo fianco Iv”), lanciato dal leader di un partito della maggioranza che gioca sempre di più per l’opposizione, scomodando persino i morti di Bergamo e Brescia (“Ci avrebbero detto: ripartite anche per noi”). Niente male per uno che, nel 2016, promise che avrebbe lasciato la politica se gli italiani avessero, come hanno effettivamente fatto, bocciato il referendum su quella sgangherata riforma istituzionale – quella sì vero “scandalo costituzionale”, altro che i Dpcm di Conte – scritta a quattro mani, dal giureconsulto di Rignano insieme a madama Boschi. Ma almeno, adesso, si gioca a carte scoperte. In piena emergenza, sanitaria ed economica, è finalmente chiaro a tutti chi lavora nell’interesse del Paese e chi, evidentemente, pensa solo a manovre di Palazzo per ritardare l’inevitabile estinzione che lo attende.