La sfida del ministero della Transizione ecologica. Una grande opportunità affidata a un tecnico di vaste competenze. Esperienze analoghe in altri Paesi hanno mostrato che a un passo avanti ne sono seguiti due indietro

Ilva Cingolani
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La scelta dei Mario Draghi, su richiesta de Beppe Grillo, di costituire un super ministero per la Transizione eologica, ottenuto mettendo insieme il ministero dell’Ambiente e competenze aggiuntive è stata salutata con cori entusiastici e chiaramente noi lo facciamo. Oltretutto Roberto Cingolani (nella foto), che sarà il ministro, è un fisico valente e avrà il coordinamento per il comitato sulla Transizione Ecologica. Qualsiasi cosa vada nella direzione di avere energia ed infrastrutture pulite va nella direzione giusta.

Del resto l’idea non è nuova, almeno in Europa. Ad esempio già esiste un dipartimento del ministero dell’Ambiente che ha proprio quel nome. C’è una lunga lista di inadempienze e ritardi pubblicata dal leader dei Verdi Angelo Bonelli. Ma soprattutto in Europa già ci sono esempi di tali ministeri. C’è il caso dell’Austria, con l’ambientalista Leonore Gewessler come ministra, che funziona bene ed è frutto della strana coalizione di destra di Kurz alleata con i Verdi. In Spagna c’è Teresa Ribera, che però comprende solo Energia e Ambiente, senza i Trasporti.

E poi c’è il caso più importante, quello della Francia. Frutto di una intuizione di Emmanuel Macron che aveva cooptato l’ecologista Nicolas Hulot dandogli il super ministero della “Transizione Ecologica e solidale”, con un bilancio di più 48 miliardi di euro. Tuttavia, nel 2018, Hulot si è platealmente dimesso denunciando le lobby industriali fossili. Ora è retto da Barbara Pompili, uscita dai Verdi.

Ed è proprio il caso francese a far dubitare gli ecologisti italiani. Infatti, fare un superministero che fonde Energia e Trasporti con l’Ambiente è una sfida affascinante, ma pericolosa. Perché adesso andrà un ministro “verde”, ma dopo? Chi ci garantisce che fra pochi anni non arrivi una “Pompili” che faccia gli interessi dei carbonari e similari? Fondere tutto senza contrappesi potrebbe creare quella che in informatica si chiama una backdoor, cioè una “porta” dentro la quale qualche malintenzionato hacker degli idrocarburi si potrebbe ficcare e prendere il controllo di tutto.

E per questo che occorre fare molta attenzione e soprattutto predisporre delle forti accortezze amministrative che non permettano cedimenti futuri perché se c’è una falla prima o poi qualcuno la trova. Speriamo quindi che Grillo le richieda a Draghi, ma le richiedano anche tutti gli ambientalisti italiani per evitare il precedente francese.