La sfida di Conte al consiglio europeo. Una missione da 209 miliardi. La priorità è evitare rinvii sul Recovery Fund

di Laura Tecce
Politica
GIUSEPPE CONTE

Rispettando in pieno la tabella di marcia, l’Italia è pronta a presentare in Europa nei tempi stabiliti le linee guida del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che ieri hanno passato anche il vaglio del Parlamento, per accedere alle risorse del Recovery Fund. Come ha sottolineato ieri nella sua relazione in Senato il ministro per le politiche Europee Vicenzo Amendola, che domani si recherà Bruxelles per iniziare un lavoro informale con i tecnici della Commissione Ue in vista del vaglio del piano vero e proprio che verrà presentato all’inizio dell’anno prossimo, “Non c’è nessun Paese che ha presentato ancora il piano e questo – ha sottolineato – è l’unico Parlamento in Europa che ha discusso del Piano nazionale di ripresa e resilienza, un buon lavoro che rafforza il governo nel negoziato con la Commissione. Coinvolgere tutti non è un invito ai buoni sentimenti ma una necessità per chi crede nell’interesse nazionale. Non solo, da luglio abbiamo coinvolto le Regioni così come l’Anci: questo Piano deve mobilitare tutti i livelli nazionali”.

E in questo è in linea con quanto affermato anche dalla presidente dell’esecutivo Ue Ursula Von der Leyen la quale, intervenendo lunedì all’apertura della settimana delle Regioni Ue, ha voluto sottolineare come le Regioni e le città saranno al centro del Next Generation Eu e che il piano potrà avere successo solo se le autorità locali saranno pienamente coinvolte. Sull’opportunità di coinvolgere il Parlamento e le opposizioni è stato chiaro il premier Giuseppe Conte, che ieri riferendo in Senato in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, ha spiegato che “il governo è determinato a prevedere un assetto normativo ad hoc per la governance, l’attuazione e il monitoraggio del Piano che sarà opportunamente sottoposto all’esame del Parlamento.

E Ancora: “Dobbiamo recuperare quel senso di coesione e responsabilità, a maggior ragione con le opposizioni, c’è la massima disponibilità a condividere. A breve ritornerò in Parlamento per dettagliare sia le ulteriori misure a contrasto della pandemia, sia per quanto riguarda la gestione delle risorse del Recovery fund”. Su entrambe i fronti infatti la sfida non è delle più semplici, e il premier sa benissimo che la sua strada in Europa non sarà in discesa, nel prossimo Consiglio Ue dovrà riprendere il martellamento per scongiurare tragici rinvii o ritardi nell’erogazione di quei 209 miliardi che l’Italia sta aspettando come manna dal cielo per ripartire. In ogni caso i soldi del Next Generation Eu devono poter essere spesi dagli stati dall’inizio del 2021.

Ne è convinta anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, che sta lavorando a testa bassa per raggiungere l’obiettivo, trovando ovviamente l’appoggio incondizionato di Conte: “Dopo avere dato una risposta ambiziosa e anche tempestiva alla crisi pandemica da parte europea dobbiamo continuare a lavorare speditamente sul piano dell’attuazione normativa del programma Next Generation Eu. Continuiamo quindi a sostenere lo sforzo profuso dai vertici delle istituzioni comunitarie e dalla presidenza di turno tedesca del Consiglio dell’Unione europea volto ad evitare rinvii dell’operatività di Next Generation Eu e del nuovo quadro finanziario pluriennale. In particolare dobbiamo evitare che possano generarsi ritardi a causa di un utilizzo divisivo di principi e regole come quelli relativi allo stato di diritto, sulla cui applicazione il Consiglio europeo ha già adottato le sue decisioni il 21 luglio scorso”.

Ma proprio mentre il premier pronunciava queste parole la Polonia (diretta interessata sulla questione dei diritti) minacciava veti al bilancio 2021-27. “Se i ricatti saranno mantenuti, noi difenderemo fortemente gli interessi essenziali della Polonia. Ci sarà il veto”, ha detto Jaroslaw Kaczynski: quello che il vicepremier polacco definisce un ricatto è la richiesta del Parlamento Ue di legare l’erogazione dei fondi anti-covid al rispetto dello stato di diritto attraverso un meccanismo chiaro in tal senso “che possa essere applicato nella pratica”, mentre la Commissione punta a un difficilissimo compromesso, proprio per evitare che il veto di uno stato possa bloccare tutto il lavoro fatto fino ad ora.