La spinta della von der Leyen rilancia la battaglia storica M5S. Il ddl Catalfo sul salario minimo è stato stoppato dal Pd. Ma ora l’Europa ha riaperto la partita

di Raffaella Malito
Politica

Il governo è ritornato a parlare di salario minimo con una sintesi efficace: “Salari dignitosi”. E lo ha fatto nelle linee guida del Recovery plan. E questo mentre la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha rilanciato lo strumento: “Il dumping salariale danneggia i lavoratori e gli imprenditori onesti, mette a repentaglio la concorrenza sul mercato del lavoro e per questo faremo una proposta per un salario minimo in tutti gli Stati dell’Unione”.

Il salario minimo è uno dei cavalli di battaglia storici del M5S che presentò un disegno di legge: prima firmataria la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo (nella foto). Ma poi il progetto si è impantanato nelle sabbie mobili parlamentari e ora si spera che, dietro l’input di Bruxelles, possa riprendere slancio. “Il salario minimo è da sempre un obiettivo mio e di tutto il Movimento. Vogliamo realizzarlo – ha detto Catalfo – inserendo anche una detassazione dei rinnovi contrattuali per portare i contratti a rialzo senza gravare sulle imprese. La rinascita del mercato del lavoro passa attraverso un sistema salariale più equo e avanzato”.

Il ddl pentastellato si è arenato tra le obiezioni dei sindacati che vogliono lasciare il tema salariale alla contrattazione tra loro e le imprese, per non perdere porzioni di potere. E per la confusione che si è creata dopo che il Pd ha presentato, prima della nascita del governo giallorosso, altre due proposte legislative. A questi fattori si è aggiunto il fatto che la presidenza della Commissione al Senato è rimasta vacante per un lungo periodo, fino a quando al posto della Catalfo è stata nominata la pentastellata Susy Matrisciano. Il ddl Catalfo fissa una retribuzione “non inferiore a 9 euro all’ora al lordo degli oneri contributivi e previdenziali”.

Il Pd in prima battuta è andato oltre, con il senatore Mauro Laus che, in un ddl datato maggio 2018, ha proposto “un salario minimo di 9 euro orari, al netto di contributi previdenziali e assistenziali, nei settori non regolati da accordi tra datori di lavoro e organizzazioni sindacali”. Successivamente la marcia indietro. Il collega Tommaso Nannicini, a marzo 2019, deposita un ddl in cui il salario è talmente minimo da non comparire, ovvero non viene fissata alcuna soglia minima di retribuzione. Importi e modalità di erogazione del salario minimo vengono affidati, invece, alla “Commissione paritetica per la rappresentanza e la contrattazione collettiva”, istituita presso il Cnel e composta da dieci rappresentanti dei lavoratori dipendenti, dieci rappresentanti delle imprese e dal presidente del Cnel.

Ora i 5Stelle dovranno trovare un’intesa col Pd. Il governo, come si evince dalle linee guida del Pnrr, si è reso conto che questo vuoto legislativo non è più tollerabile anche considerando che siamo uno dei pochi paesi dell’Ue che non ha ancora una legge in materia. In base ai dati diffusi dall’Eurostat in Francia il salario minimo è fissato in 1.539 euro al mese, in Germania in 1.584, in Spagna in 1.050 e in Belgio in 1.594. Visti gli attuali 5 milioni di lavoratori italiani poveri e il richiamo dell’Ue la nuova legge non potrà subire ulteriori rinvii.

Per il Movimento resta cruciale l’indicazione di una soglia di retribuzione minima sotto la quale nessun contratto di lavoro possa scendere, nel rispetto della Costituzione. Che all’articolo 36 stabilisce che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.