La trattativa tra Stato e mafia

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di Clemente Pistilli

La trattativa tra Stato e mafia non si è mai interrotta. Parole pesanti quelle che si sono sentite ieri pomeriggio a Palazzo San Macuto e che non arrivano da qualche burocrate fermo ai soliti dati statistici. A parlare e a sostenere tale tesi davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta contro le mafie e le altre organizzazioni criminali è stata Sonia Alfano, eurodeputata, presidente della Commissione antimafia europea e cresciuta a pane e lotta a Cosa Nostra, a cui ha dichiarato guerra dopo l’uccisione del padre Beppe l’8 gennaio 1993.

Il patto inconfessabile
Secondo gli inquirenti palermitani, per porre fine alla stagione stragista del 1992-93, vi sarebbe stato un patto tra lo Stato e Cosa Nostra. I corleonesi, alla ricerca di nuovi interlocutori politici, insoddisfatti del mancato ribaltamento del maxi processo e insofferenti al 41 bis, avrebbero avanzato le loro richieste e sarebbe stata intavolata la trattativa. Il processo è in corso. Altri processi sui rapporti tra i mafiosi e la politica sono conclusi o sono in dirittura d’arrivo, ma per Sonia Alfano il patto tra lo Stato e l’antistato, incarnato dai boss, non si è mai rotto. Un’affermazione che l’europarlamentare ha fatto illustrando alla commissione presieduta dall’onorevole Rosy Bindi la direttiva che il Parlamento europeo si prepara a varare in tema di lotta alle organizzazioni di stampo mafioso, per arrivare a norme e azioni di contrasto comuni in tutta l’Ue.

Lo stragismo di ritorno
Del resto che qualche importante equilibrio si stia rompendo, ad opera essenzialmente di un gruppo di magistrati, e che Cosa Nostra stia quantomeno minacciando le istituzioni per continuare indisturbata nei propri affari, emerge dalle recenti affermazioni fatte nel carcere di Opera da Totò Riina, e intercettate dalla Dia, e dalla lunga serie di inquietanti messaggi che stanno ricevendo i magistrati di Trapani, quelli che stanno facendo terra bruciata attorno all’ultimo grande boss ancora in libertà: il superlatitante Matteo Messina Denaro. Riina appare profondamente turbato dal processo sulla trattativa tra Stato e mafia e continua a parlare di attentati volti a uccidere il pm Nino Di Matteo, anima di quel procedimento. “Gli farò fare la fine del tonno”, ha detto Totò u’ curtu. Gli inquirenti trapanesi, da due anni, stanno invece subendo enormi pressioni. Cosa Nostra li sfida apertamente: ignoti si introducono tranquillamente nelle loro abitazioni private, vergano sui muri messaggi di morte, fanno telefonate inquietanti, li pedinano in autostrada e arrivano a lasciare loro pacchi e oggetti simbolo della lotta ai clan nello stesso palazzo di giustizia. Di più: come rivelato di recente da un pentito, Lorenzo Cimarosa, sarebbe stato progettato anche un attentato dinamitardo e iniziata la ricerca del tritolo necessario per uccidere il procuratore aggiunto Teresa Principato. Episodi ricostruiti nel dettaglio, sempre davanti alla commissione parlamentare, dal procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, dal procuratore di Trapani, Marcello Viola, dal pm Andrea Tarondo e dal giudice Piero Grillo. Secondo i magistrati siciliani tale escalation di intimidazioni si giustificherebbe con l’attività svolta a Trapani per fare terra bruciata attorno a Matteo Messina Denaro, con decine di arresti, compresi quelli di familiari del boss, e sequestri di beni per tre miliardi di euro a imprenditori ritenuti prestanome del latitante, azioni che avrebbero irritato quest’ultimo profondamente portandolo ad alzare il tiro.

Politica sempre assente
In una situazione di tale gravità, che riporta alla mente le stragi di Capaci e via D’Amelio, il Parlamento e il Governo sembrano interessati ad altro. Di mafia se ne parla poco (vedi La Notizia 16 gennaio 2014) e i magistrati appaiono troppo spesso soli e costretti a fare i conti con le armi che la politica, anziché potenziare, spunta. Non sembra del resto un caso che recenti indagini puntano a contatti inconfessabili tra lo stesso Messina Denaro e politici sia locali che nazionali. Gli appoggi a Palazzo servono sempre a Cosa Nostra e quando qualche pm prova a toglierli i boss si arrabbiano. E uccidono.