La vecchia politica va a Rebibbia e si inginocchia a Denis Verdini. Salvini e molti altri in fila per omaggiare il senatore. Vergognarsi di un condannato? Cose di altri tempi

DENIS VERDINI
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Tutti in ginocchio da Verdini, il Denis di quella Lunigiana che si sente più Liguria che Toscana, ed evidentemente ancora riverito e potente, seppure momentaeamente in vincoli nelle patrie galere. Uomo dotto, laurea in Scienze Politiche a Firenze con un professore come Giovanni Spadolini di cui diverrà amico. Ex senatore, Presidente del Credito Cooperativo Fiorentino, una banca della galassia DC e poi politico: PRI, PSI, FI ed infine uomo della Provvidenza del governo Renzi con la sua Ala. Denis è un nome francese che corrisponde all’italiano Dioniso, il dio dell’ebrezza e dell’irrazionalità, celebrato da Nietzsche in contrapposizione all’algido e razionale Apollo. Per la vicenda del Credito Dioniso rimedia sei anni e sei mesi in Cassazione e si auto- associa il 3 novembre scorso al carcere di Rebibbia, periferia est di Roma, un quartiere di sinistra e popolare. Sua figlia Francesca sta con Matteo Salvini. Per la Repubblica italiana Denis, ideatore del Patto del Nazareno, è un condannato con sentenza definitiva. Per una parte della politica italiana è invece una icona cui tributare il proprio saluto e manifestare il proprio rispetto. Qualche anno fa sarebbe stato un disdoro mostrare buoni rapporti con un detenuto, ma ora in questa Italia alla rovescia che detiene da anni molti record mondiali negativi sembra divenuto un merito, una medaglia da appuntarsi fieri sulla giubba lisa dei professionisti della politica e così prima del Natale, il 23 e il 24 dicembre, abbiamo assistito allo sconcertante pellegrinaggio dei Re Magi al carcere di Rebibbia. Si parte ovviamente dai parenti ad iniziare dal “genero” quel Matteo, tutto legalità, Patria, Dio e Famiglia (anche se con la sua Francesca non è sposato). Segue un altro “magio”, Matteo Renzi, che fu beneficiato dall’appoggio del transfuga Mr Woolf nella scorsa legislatura, anche se il sospetto che dietro all’inciucio ci fosse l’ex Cavaliere non è mai venuto meno. E poteva mancare il terzo Magio – coinvolto nel caso Consip insieme a Dioniso – l’ex ministro dello Sport Luca Lotti, amico di Renzi, ma rimasto prudentemente nel Pd? Ovviamente no.

IL BACIO DELLA PANTOFOLA. Ovviamente la pletora degli omaggianti non si esaurisce qui. Ad incontrare l’ex banchiere, che ora fa sfoggio di un sontuoso barbone bianco da eremita, roba da far ingelosire Mauro Corona, ci sono stati precedentemente anche i frati e le sorelle minori di osservanza destrorsa, oltre che i frati priori. Nell’ordine: Ignazio La Russa, Maurizio Lupi, Daniela Santanchè, Cosimo Ferri, Renata Polverini, ma anche Sua Sanità, l’imprenditore-editore forzista e deputato Antonio Angelucci, Roberto Giachetti, Micaela Biancofiore. Tutti in disciplinata fila a baciare la pantofola di Denis: una scena che ricorda quel grande affresco della politica italiana che fu Todo Modo, film profetico diretto da Elio Petri con Gian Maria Volontè. È sempre l’eterno rito del potere che celebra sé stesso. Ma la differenza fondamentale, che segna anche e soprattutto una cifra sociologica, è che ora al convento si è sostituito il carcere. Almeno prima il rito solstiziale del potere era discreto, misurato, formale. Un teorema volutamente apodittico che lasciava lo spazio alla necessaria conclusione. Allora il potere suggeriva al popolo la soluzione, ammiccava compiaciuto di quella auto-celebrazione, ma lo faceva in un luogo (apparentemente) santo. Ora non più. La reggia spirituale si è trasferita inquietantemente in questo non luogo, freddo e diaccio, della periferia romana. Con Verdini che invoca i suoi pargoli: “vengano a me…”.