L’alfiere della Merkel conquista Bruxelles

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Di Maurizio Grosso

Lo avevano garantito quasi tutti, in Europa. E ancora oggi, nonostante i catastrofici risultati, il concetto viene ripetuto come un mantra: il rigore nei conti è fondamentale ed è in grado di assicurare la crescita dell’economia.Il fatto è che l’ascesa di Jean-Claude Juncker al vertice della Commissione europea, al di là delle promesse di cambiamento, non sembra in grado di garantire nessun cambiamento sostanziale delle politiche Ue che finora hanno stritolato parecchi paesi, soprattutto nel Sud del continente. Tanto per dirne una, che ci riguarda molto da vicino, nel novembre del 2011, sulla spinta dell’Europa del Nord, in Italia si è insediato il governo dei “professori” guidato da Mario Monti. Subito manovre lacrime e sangue benedette dalla Ue, tutte a base di insostenibili aumenti di tasse. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. A fine 2011 il rapporto tra debito pubblico e Pil era del 120,7%, due anni dopo è schizzato al 132,6%: in soldoni si tratta di un aumento di più di 200 miliardi. Insomma, la prova “provata”, se per caso ce ne fosse stato ancora bisogno, che il cosiddetto “rigore” non ha portato nessun beneficio. In particolare non ha portato alla crescita del prodotto interno lordo, ovvero di quel “denominatore” senza il cui dinamismo i vari rapporti deficit/pil e debito/pil sono destinati a restituire risultati sempre più amari.

Lo scenario
Certo, paesi “spendaccioni” come l’Italia non hanno saputo aiutarsi. Così come altri Stati del Mediterraneo. Ma questa non sembra essere una ragione sufficiente a giustificare la persistenza di una linea di austerity che la nomina di Juncker non scalfirà. Non è una novità che tra i principali sponsor dell’ex premier lussemburghese, esponente del Partito popolare europeo, c’è la vera vessillifera dall’austerity, ossia la Cancelliera tedesca Angela Merkel. Del resto, e i dati storici lo dimostrano, l’unico vero paese che è riuscito a mettere a segno una crescita consistente (considerando il contesto di crisi terribile) è proprio la Germania. Ieri Juncker ha cercato di indorare la pillola parlando di un piano di investimenti triennale da 300 miliardi di euro, in parte da prendere dal bilancio europeo, in parte da ottenere dalla Bei, ovvero la Banca europea degli investimenti. Ma è sin troppo chiaro che si è trattato di un tentativo di respingere le osservazioni più critiche che si sono succedute nei confronti di Juncker nelle settimane precedenti all’ottenimento della fiducia da parte dell’Europarlamento. Appaiono quindi come minimo “fumosi” i discorsi che in Italia si rincorrono sulla flessibilità, quando al vertice della Commissione c’è un personaggio che del rigore tedesco è sempre stato uno dei maggiori interpreti. Basti ricordare il lungo periodo che Juncker ha passato al vertice dell’Eurogruppo, ossia dei ministri delle Finanze dei paesi della moneta unica. E così sarà estremamente complicato, anche con la stagione della nuova Commissione, sfiggire alla morsa dell’ormai famigerato Fiscal Compact. Un accordo nato “zoppo”, forse non a caso, visto chenel 2012 non è stato approvato da due paesi come Regno Unito e Repubblica Ceca.

Maglie strette
Del resto, per i pesi più in difficoltà, il Fiscal Compact è una specie di pistola puntata alla tempia. Tra le sue regole “d’oro” c’è quella che prevede l’obbligo per i paesi di ridurre ogni anno di un ventesimo la parte di debito che eccede il rapporto del 60% rispetto al Pil (tetto fissato sin dai tempi di Maastricht). Per l’Italia, che in base alle più recenti rilevazioni è arrivata ad avere un debito da 2.166 miliardi di euro, questo significherebbe dover tagliare il debito medesimo di circa 50 miliardi di euro l’anno. Una iattura, soltanto parzialmente mitigata da alcune clausole che permettono di tenere conto della congiuntura. Ecco, rispetto a tutto questo stato di cose, nonostante le posizioni (sulla carta) battagliere assunte dal premier Matteo Renzi in Europa, la nomina di Juncker molto difficilmente consentirà di aprire qualche spazio di manovra. Anzi, in Italia da settimane è aperto il dibattito sull’opportunità di una manovra correttiva da almeno 10 miliardi di euro. O in subordine, vista le smentite del governo, di una legge di stabilità che si annuncia particolarmente pesante. Da oggi, nonostante le attese, cambia davvero poco.

JUNCKER HA LA FIDUCIA…DELLA MERKEL. LA COMMISSIONE EUROPEA E’ SUA

nutile girarci intorno. Alla fine ha vinto la linea del rigore, anche se ammorbidita dalla promessa di 300 miliardi di investimenti europei nei prossimi tre anni. Cifra che, neanche a dirlo, al momento è del tutto teorica. Sta di fatto che ieri l’Unione europea ha scelto. Il lussemburghese Jean-Claude Juncker è il nuovo presidente della Commissione con sede a Bruxelles. L’Europarlamento di Strasburgo ha votato, a scrutinio segreto, la fiducia: 422 i sì (maggioranza assoluta a quota 376 voti su 751), 250 gli europarlamentari contrari, 47 gli astenuti. Juncker, gradito alla cancelliera Angela Merkel, succede al portoghese José Manuel Barroso. Naturalmente si sono succedute alcune dichiarazioni di rito. “E’ un giorno storico per l’Ue e per la democrazia europea”, ha commentato il socialista tedesco Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, che in conferenza stampa ha parlato la sua lingua “perché è quella dei campioni del mondo”. Con Juncker che scherzosamente ha replicato, sempre in tedesco, che “per fortuna il Lussemburgo non ha vinto i mondiali”.

La scalata
Battute a parte, la scalata dell’ex presidente dell’Eurogruppo alla guida dell’esecutivo Ue è stata sostenuta dal Ppe, di cui Juncker era il candidato, e da un blocco parlamentare formato, oltre che dai conservatori, dai socialisti e rinforzato da liberali e centristi, potenzialmente un serbatoio da 480 voti. Confermati, dunque, i calcoli ufficiosi che davano intorno alla sessantina il numero dei voti contrari a Juncker e gli astenuti all’interno della stessa alleanza.

Il programma
La “prima priorità” di Jean Claude Juncker, indicato per la guida della Commissione europea dai capi di Stato e di governo Ue il 27 giugno scorso, è “rafforzare la competitività e stimolare gli investimenti”. Da qui la promessa di presentare “nei primi tre mesi un ambizioso pacchetto per lavoro, crescita e investimenti”, che attraverso la Bei e il bilancio europeo “mobilizzerà fino a 300 miliardi in tre anni”. Questo, di fatto, è risultato il passaggio più sostanziale del lungo discorso dell’ex presidente dell’Eurogruppo sulle aree di intervento privilegiate da un esecutivo Ue sotto la sua guida, prima del voto di fiducia dell’Europarlamento. Juncker ha affermato anche che gli “attuali negoziati” per l’allargamento della Ue “continueranno”, in particolare per i Balcani occidentali “che hanno bisogno di una prospettiva europea”, ma “non ci sarà alcun ulteriore allargamento nei prossimi cinque anni”.

La squadra
Nel frattempo è ancora polemica sulla scelta della squadra di Juncker, in particolare sul nome a cui verrà affidata la delicata poltrona di responsabile della politica estera. Federica Mogherini, ministro degli esteri italiano, è da giorni in lizza per la candidatura. Ma, anche da fonti vicine a Juncker, prende consistenza lo scenario rilanciato qualche giorno fa dal Financial Times a proposito di un fronte dei Paesi membri dell’Est contrario, perché più favorevole alla bulgara Kristalina Georgieva. In ballo rimane anche il polacco Radoslaw Sikorski. Sempre fonti vicine a Juncker hanno specificato che sulla strada della Mogherini ci sarebbe l’opposizione di circa 10 paesi contrari all’ascesa del ministro italiano, da alcuni considerato su posizioni troppo filo-russe (ma per alcuni osservatori si tratta di un’accusa del tutto strumentale). Juncker si rivolge al Parlamento Ue e al suo presidente, Martin Schulz, chiedendo un “pubblico registro delle lobby” perché gli “europei sappiano chi incontriamo”. Meno ideologismi e più pragmatismo, e dibattiti che “non ci allontanino dalle decisioni” che contano per gli europei. “Cerchiamo di rinunciare al nazionalismo e di giocare come squadra, bisogna riabilitare il metodo comunitario. La distanza tra livello europeo e cittadini aumenta, l’Europa ha bisogno di spiegarsi e noi abbiamo l’obbligo di spiegare meglio l’Europa”. “Abbiamo bisogno di un profondo piano di riforme. La gente ne ha paura, le sente minacciose, ma chi non le vuole affronta rischi più grandi. Abbiamo perso concorrenzialità perché abbiamo segnato il passo”.
Mar. Gr.

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