L’asse Roma-Berlino, celebrato giovedì da Giorgia Meloni nel castello fiammingo di Alden Biesen come “motore italo-tedesco”, rischia di essere durato lo spazio di pochi giorni. Ieri, aprendo la Conferenza sulla sicurezza di Monaco (che si chiuderà domani), il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sancito a parole una frattura tra Stati Uniti ed Europa. E ha lasciato a Meloni il cerino in mano: sceglierà davvero Berlino o continuerà — come ha sempre fatto — a inseguire i diktat di Washington, anche a costo di isolarsi in Europa? Molto più probabile la seconda opzione.
L’asse Roma-Berlino è già saltato. Merz scarica Trump (e Meloni)
Non è un caso che proprio a Monaco i rapporti Usa-Ue abbiano toccato uno dei minimi recenti: un anno fa il vicepresidente J.D. Vance, con un discorso “a gamba tesa”, mise in chiaro quella che sarebbe diventata la linea dura della seconda amministrazione Trump verso il Vecchio continente. Quest’anno l’intervento statunitense è affidato a Marco Rubio. Secondo funzionari Usa citati dall’Ap, l’approccio avrebbe dovuto essere meno aggressivo rispetto al 2025: focus su possibili spazi di cooperazione nelle crisi condivise, dall’Ucraina al Medio Oriente, e sulla Cina.
L’affondo di Merz contro la linea trumpiana
Ma l’Europa arriva già sfiduciata: gli attacchi del tycoon e il fronte ancora aperto sulla Groenlandia non sono folclore, sono un avvertimento politico. In questo clima, l’affondo di Merz rende ancora più complicata la missione di Rubio, atteso oggi al suo discorso. Merz parla di una “frattura” che non significa automaticamente fine dell’alleanza transatlantica, ma che “non va più data per scontata” e deve spingere l’Ue a diventare “più sovrana — militarmente, economicamente e tecnologicamente”.
E riprende, senza cautele, la reprimenda di Vance: “Tra l’Europa e gli Usa si è aperto un divario. Vance lo ha detto qui un anno fa. Aveva ragione. La lotta culturale del movimento Maga non è la nostra”. Poi la sconfessione della linea trumpiana su più fronti: “La libertà di parola da noi finisce quando si rivolge contro la dignità umana e la Costituzione. Noi non crediamo nei dazi doganali e nel protezionismo, ma nel libero scambio. Restiamo fedeli agli accordi sul clima e all’Oms perché convinti che solo insieme potremo risolvere le sfide globali”.
“Basta subordinazione” all’alleato americano
“Dobbiamo parlare, è più urgente che mai”, aggiunge Merz, citando anche il motto della conferenza (“Under destruction”) e certificando il tramonto dell’ordine di sicurezza del dopoguerra: “Quest’ordine, per quanto imperfetto fosse anche nei suoi momenti migliori, non esiste più”. Il messaggio è doppio: gli Usa, in un mondo in cui potrebbero aver già perso la sfida con la Cina per la supremazia globale, “non sono abbastanza potenti per fare a meno di noi”; l’Europa, “tornata da una vacanza dalla storia”, deve fare di più per liberarsi da una “dipendenza autoinflitta” dall’alleato americano.
Meloni resta scoperta
raduzione politica: basta automatismi, basta subordinazione. E qui Meloni resta scoperta. L’asse Roma-Berlino, appena inaugurato a colpi di slogan, scricchiola perché la premier non chiarisce mai da che parte stia quando l’Europa chiede scelte nette. L’interesse nazionale coincide davvero con l’allineamento automatico a Washington? O è solo la scorciatoia comoda per non scontentare Trump, accettando però il prezzo dell’irrilevanza a Bruxelles?
La curiosità
Vale infine la pena ricordare un dettaglio rivelatore: proprio J.D. Vance ha scritto la prefazione dell’edizione americana del secondo libro della premier, Giorgia’s Vision, in uscita negli Stati Uniti a fine aprile. Lo riferisce la giornalista Sophia Cai, autrice della newsletter West Wing Playbook di Politico. In copertina c’è una citazione di Donald Trump: “[Meloni è] uno dei veri leader del mondo”. Un endorsement che oggi pesa come un marchio: utile per compiacere l’America trumpiana, molto meno per non finire ai margini dell’Europa.