Lavorare senza fatica. Torna di moda un mito delle élite. Negli Usa è corsa a un posto migliore. Ma vale solo per chi ha alternative

lavoro
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Da non crederci: si parla tanto della necessità di creare nuovi posti di lavoro per poi scoprire che chi un contratto ce l’ha – e per giunta a tempo indeterminato – preferisce rassegnare le dimissioni per esplorare nuovi orizzonti non solo professionali, ma esistenziali.

Il fenomeno è globale e le cifre parlano chiaro: nel solo mese di agosto scorso in America ben quattro milioni di persone si sono dimesse dal proprio incarico, e di queste ben l’85% l’ha fatto avendo in tasca una posizione nuova di zecca in altro settore. C’è chi invece, evidentemente potendoselo permettere, preferisce l’avventura della ricerca di una nuova mansione senza la garanzia di poterla conseguire, ma con grande speranza e fiducia nel futuro.

Negli ultimi due anni il tasso di dimissioni, non dunque di rapporti interrotto causa licenziamento, è balzato dall’1,1% al 2,3%. Perché queste cifre, a cui corrispondono storie vere di vita vissuta, vanno ben oltre il raddoppio? La risposta sta nella pandemia, nel “prima” e “dopo” che ha saputo generare, e della (ri)scoperta di alcune scale di proprietà individualmente declinate e che spesso hanno come comune denominatore la famiglia, la libertà e la lotta alla dimensione aleniante tipica di alcune professioni.

DA NOI IL MODELLO È ZALONE. Il nostro italianissimo passato ci ha insegnato il valore del posto fisso – e qui viene subito da pensare a Checco Zalone e alla sua comica narrazione di questo topos – e come accedere ad un lavoro da giovanissimi equivalesse ad uscire dallo stesso con la pensione. Oggi siamo predisposti ad una maggiore fluidità professionale e si possono contare numerosi lavori attribuibili al medesimo individuo, anche se spesso la ragione che genera tale dinamicità non è rintracciabile nella voglia di sperimentare ma in un precariato inestirpabile.

Provando a vedere il bicchiere mezzo pieno, però, possiamo dire che la ricerca di un nuovo lavoro un lavoro lo ha già generato: il consulente di carriera. Spesso, infatti, restiamo sconosciuti a noi stessi – per dirla con la psicoanalisi “stranieri in casa propria” – e così, ciò per cui siamo tagliati deve dircelo qualcun altro assoldato per farlo. Obiettivi di medio e lungo periodo da mettere a fuoco e il percorso per conseguirli con successo.

DONNE SVANTAGGIATE. C’è anche chi al consulente si rivolge semplicemente perché il lavoro non lo ha lasciato, ma l’ha perduto, e vuole cogliere l’opportunità per un miglioramento del proprio status sotto tutti i punti di vista. Anche se, a quanto pare, il discrimine non sarebbe mai una questione salariale ma di appagamento personale.

All’interno delle aziende spuntano come funghi i coaching per consentire alle singole risorse di effettuare uno switch di posizioni interne valorizzando le inclinazioni di ciascuno. In qualsiasi caso, l’identikit di chi molla il posto garantito viene fuori dal Nord-Ovest italiano, il Piemonte in particolare, che a testimonianza di ciò conta ben trecento società di consulenza di carriera su tremila nazionali, mentre la figura di riferimento corrisponde a un uomo tra i 40 e i 50 anni che generalmente opera nel settore dell’automotive.

Vien da dire con una punta di sarcasmo, che la stessa cosa non può valere per una donna: sempre poche quelle che hanno accesso al mondo del lavoro, troppe quelle che non riescono a conciliarlo con i tempi di vita della famiglia e che, se magicamente riescono, si vedono non retribuite in modo egualitario a parità di competenze. Insomma, certamente il Covid ha ridefinito la nostra scala assiologica e la scelta di cambiare lavoro può essere interpretata come una delle conseguenze, ma a mio avviso resta un finto atto di coraggio che ti puoi consentire quando sai cosa portare in tavola per te e la tua famiglia ogni giorno.

Una scelta elitaria, non per tutti coloro che quando un lavoro ce l’hanno – seppur in condizioni ben lontane dalla dignità salariale – lo difendono con le unghie e con i denti per mere ragioni di sopravvivenza. Perché poco è meglio di niente e perché cambiare può essere il lusso di chi non è costretto a resistere.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

I finti miracoli di Gualtieri

Facciamolo santo subito. E visti gli ultimi miracoli, mettiamolo tra i beati che contano, minimo minimo alla destra del Padre. A Roberto Gualtieri, d’altra parte, i prodigi vengono così, naturali. Prendiamo la sporcizia di Roma. Aveva promesso una pulizia straordinaria a dicembre, e puntualmente il

Continua »
TV E MEDIA