Le Regioni rosse già scalpitano. Vogliono tornare arancioni. I territori chiedono al Governo di rivedere i parametri di rischio. Ma per Speranza l’allerta resta massima

di Lucrezia Conti
Politica
ROBERTO SPERANZA

Nelle ultime ventiquattro ore in Lombardia sono stati segnalati 8.448 nuovi contagi di Coronavirus, sono raddoppiati i decessi rispetto al giorno prima e a preoccupare sono anche i ricoveri in ospedale, che fanno registrare un nuovo forte aumento (più 250 nei reparti rispetto al giorno prima) così come quelli in terapia intensiva (più 39, per un totale di 894). La situazione è più stabile in Piemonte, dove si conferma la diminuzione dei contagi, ma resta alto il numero delle vittime, anche se quelle registrate ieri sono soltanto nove. Continua ad essere critica però la situazione negli ospedali per l’alto numero di ricoverati: 5.150 (+ 76 rispetto a lunedì), di cui 384 (+6), in terapia intensiva.

Nonostante questi numeri, sono proprio i governatori di queste due regioni ad esercitare sul governo centrale un pressing maggiore affinché da rosse possano diventare presto quantomeno arancioni. Una cauta apertura arriva dal ministro della Salute Roberto Speranza: “Le prime regioni entrate in zona rossa dovrebbero essere anche le prime a uscirne”, ha confermato, sottolineando però che, anche se stiamo assistendo ad una decelerazione “Non siamo di fronte a un arretramento del virus e non esistono zone verdi, serve la massima prudenza”. Nonostante le richieste dei governatori – ieri hanno richiesto un incontro urgente sia al titolare della Salute che a quello degli Affari regionali Boccia, Speranza è intenzionato a far rispettare senza deroghe i tempi del meccanismo delle tre zone: il trend positivo deve durare tre settimane perché si possa scendere di fascia.

Convinzione rafforzata anche dalle considerazioni del direttore sanitario del Galeazzi di Milano Fabrizio Pregliasco che spiega come “La curva è in crescita ma è lineare, il picco potrebbe arrivare tra 7 giorni. L’emergenza negli ospedali non è scavallata ma quasi, siamo nella fase di picco, se le cose andranno avanti così, ci aspettiamo un calo per la prossima settimana”. E ancora: “In Lombardia si vedono i primi segnali di miglioramento della situazione. Bisogna insistere con il rispetto delle misure”. In ogni caso il pressing sull’esecutivo oltre che da Lombardia e Piemonte arriva anche dal presidente del Friuli Venezia Massimiliano Fedriga: ieri su proposta della sua regione, tutte le altre si sono dette d’accordo nel chiedere al governo di rivedere i 21 parametri che al momento stabiliscono i livelli di rischio.

In una lettera inviata all’esecutivo si chiede “di rivedere l’utilizzo degli indicatori previsti dal Dm Salute del 30.4.2020, non adeguati al monitoraggio attuale in quanto costruiti per una valutazione di natura tecnica della situazione epidemiologica della fase 2”. Secondo le regioni gli indicatori dovrebbero scendere da 21 a 5 e sono: “1. Percentuale di tamponi positivi escludendo per quanto possibile tutte le attività di screening e il “re-testing” degli stessi soggetti, complessivamente e per macro-setting (territoriale, PS/Ospedale, altro) per mese ed inserimento anche dei test antigenici rapidi, altrimenti il denominatore è errato. 2. Rt calcolato sulla base della sorveglianza integrata ISS (si utilizzeranno due indicatori, basati su data inizio sintomi e data ospedalizzazione. Terzo indicatore: tasso di occupazione dei posti letto totali di Terapia Intensiva (codice 49) per pazienti COVID-19, 4: tasso di occupazione dei posti letto totali di Area Medica per pazienti COVID-19, ed infine 5: possibilità di garantire adeguate risorse per contact-tracing, isolamento e quarantena e numero, tipologia di figure professionali e tempo/persona dedicate in ciascun servizio territoriale al contact-tracing”.