Le riforme

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di Gaetano Pedullà

Se può frenare all’inifinito la più piccola pratica di un ufficio pubblico, figuriamoci cosa può fare di fronte a riforme come quella del Senato. È la burocrazia, con i suoi pigri sacerdoti. E i suoi protettori interessati. In un Paese con cento palle al piede, insieme a lobby, corporazioni e sindacati, la stessa amministrazione si sa che è uno degli ostacoli più grandi. Ieri ancora una volta l’ha toccato con mano lo stesso premier, sommerso dalle osservazioni dei tecnici di Palazzo Madama sulle coperture per il rimborso Irpef da 80 euro in busta paga. Naturale il disappunto di chi governa, che ha bollato le perplessità dell’Ufficio studi del Senato come tecnicamente false. Apriti cielo! Tutta la struttura se l’è legata al dito e il suo presidente Pietro Grasso si è messo alla testa della rivolta, puntando direttamente contro il premier. Così Grasso ha tirato fuori l’alibi dell’autonomia dei suoi tecnici, cosa che ha poco a che vedere con la correttezza delle previsioni contestate da Renzi. Un inedito corto circuito tra Palazzo Chigi e il Senato dietro il quale è inevitabile vedere tutta la crisi che logora il Pd. Grasso, tirato fuori dal cilindro di Bersani, ha già detto chiaramente di non essere convinto della riforma costituzionale che svuota di poteri la sua Camera parlamentare. E siccome deve ancora nascere quell’organismo felice di voler fare fuori se stesso, l’aria che tiri in Senato nei confronti del Governo è sotto gli occhi di tutti. Ogni cambiamento d’altronde piace ad alcuni e terrorizza altri. Guardiamoci allo specchio e ciascuno di noi proviamo a dirci da che parte vogliamo stare. Con le riforme o con i burocrati?