Le tasse uccidono pure il cinema

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di Marialuisa De Simone

“In Italia l’industria dello spettacolo vale 12 miliardi di euro, il settore dell’audiovisivo conta circa 250mila lavoratori, eppure cinema e televisione sono considerati dei beni accessori. Negli Stati Uniti ci sono 22 sistemi diversi per la defiscalizzazione, noi abbiamo solo il tax credit. Penso che i nostri film dovrebbero svincolarsi dalla politica e tornare a far parte di un’industria, solo così riusciremo a salvarci dalla colonizzazione degli americani”. Andrea Purgatori, sceneggiatore e giornalista, ha le idee chiare sul cinema italiano in crisi. Ex inviato del Corriere della Sera, noto per le inchieste sul terrorismo italiano e sulla strage di Ustica (fu il primo a parlare di un missile come causa del disastro, ora ne scrive sull’Huffington Post), non ha perso l’acume del cronista quando ha deciso di lasciare il giornalismo per seguire la passione del cinema. Sue le sceneggiature di Il muro di gomma (sull’esperienza di Ustica) e Fortapàsc (sull’assassinio di Giancarlo Siani), successi diretti da Marco Risi, con cui è tornato a scrivere per Cha Cha Cha (ora nelle sale). Interpretato da Luca Argentero, Eva Herzigova e Claudio Amendola, doveva parlare della trattativa Stato-Mafia, poi è diventato un film di genere che “racconta il paese senza troppe pretese di denuncia sociale”.

Come mai avete cambiato idea?
“Abbiamo parlato con i magistrati, ma non siamo riusciti a trovare la chiave drammaturgica. Oggi è più semplice: c’è il rinvio a giudizio, con le carte processuali ho aiutato Sabina Guzzanti a scrivere un altro film sull’argomento. Ora è in fase di montaggio”.

Per Cha Cha Cha si è comunque ispirato alla cronaca.
“C’è il caso Castellari-Tangentopoli, le intercettazioni utilizzate per ricattare le persone, la supremazia del potere che non si ferma davanti a niente. Si racconta un mondo colmo di lusso e piacere, che in realtà è permeato dalla corruzione e stringe patti con la criminalità organizzata. Il terzo uomo della storia potrebbe essere Totò Riina o Bernardo Provenzano, il personaggio dell’avvocato è il faccendiere che ritroviamo in tutti gli scandali di questa Repubblica”.

Le suggestioni arrivano anche dai polizieschi degli anni Settanta…
“Erano film di genere con un eroe, degli antagonisti e un percorso a ostacoli. Sarebbe un bene tornare a quelle pellicole, perché reggevano l’industria. Titoli horror come Maya o Spettri, di cui ho scritto la sceneggiatura, risalgono a trent’anni fa e continuano a vendere in tutto il mondo. Allora i produttori incassavano parecchio e i più illuminati investivano anche nei progetti d’autore”.

A gennaio la Cassazione le ha dato ragione su Ustica. Come finirà?
“Da una parte c’è una sentenza civile che rende giustizia ai parenti, dall’altra un’inchiesta penale ancora aperta. Ma ormai è un problema tra Stati: ci vorrebbe un Governo forte che chieda ai nostri alleati di dire la verità. Perché se stiamo zitti nel nome del ‘quieto vivere’ è come se dichiarassimo apertamente che la nostra dignità/sovranità nazionale non vale un accidenti”.

La prossima storia?
“Sto scrivendo una fiction Rai sulla missione in Afghanistan, si chiamerà Ragion di Stato. Stiamo facendo la guerra ai talebani e intanto il Governo Karzai, appoggiato dagli Stati Uniti, ha deciso di trattare con loro. Perché i soldati italiani rischiano la pelle, quando un alleato si accorda con chi ammazza i nostri ragazzi? Dovremmo sederci al tavolo, così siamo solo figurine che ogni tanto saltano in aria…”.