Le toghe appese al chiodo non convincono più

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di Francesco Nardi

Resistere, resistere, resistere. Sono molti i magistrati che hanno appeso la toga al chiodo per darsi alla politica e che, chi più chi meno, si ispiravano a quell’imperativo categorico. Una categoria che dopo aver animato una stagione politica intensa e rocambolesca vive adesso un momento di palese flessione e che per lo più, dismessa l’illusione della resistenza, s’accontenta di esistere. A confermare il trend della decadenza è stato anche l’ultimo turno delle amministrative che ha fatto registrare a Castellamare di Stabia, nel napoletano, la debacle elettorale di un altro magistrato, il sindaco uscente Luigi Bobbio. L’ex primo cittadino si è infatti ricandidato nella sua cittadina ma, complici anche le divisioni interne al suo partito, il Pdl, non è stato confermato. Ma Bobbio è solo l’ultimo esempio. Nel giro di un anno il quadro politico si è trasformato e sono crollati diversi mostri sacri che fino a un attimo prima sembravano saldissimi nel ruolo di moralizzatori della vita pubblica. E’ il caso di Antonio Di Pietro, simbolo di Mani pulite e imitatissimo esempio di magistrato migrato in politica. L’ex ministro e leader dell’Italia dei valori ha visto la sua parabola accartocciarsi improvvisamente alla fine della scorsa legislatura.

Prima fiaccato dall’inchiesta di Report e poi definitivamente schiacciato nell’abbraccio elettorale con Antonio Ingroia, si è visto mancare oltre al terreno sotto i piedi anche il seggio in Parlamento. Stessa sorte, ancor più fulminea, è toccata allo stesso leader di Rivoluzione Civile. Apparentemente destinato a raccogliere il testimone dall’idolo di Tangentopoli tanto in Parlamento quanto nell’immaginario collettivo, Ingroia si è invece scontrato con il muro dello sbarramento, vedendo infranto il sogno di entrare in Parlamento. Un colpo duro al progetto e ancor più all’immagine, grazie anche all’infinita quanto stucchevole querelle sul trasferimento ad Aosta che il magistrato ha cercato di evitare in ogni modo.

Prima di Ingroia però, avevano tentato anche altri a ripetere i fasti di Di Pietro. Così è anche per Luigi De Magistris la cui presenza diventò presto ingombrante nell’Idv. Lo scenario peggiore, quello della scissione, fu evitato e il magistrato napoletano, alla testa della cosiddetta rivoluzione arancione ha conquistato palazzo San Giacomo, dove è ancora in sella come sindaco di Napoli.
Anche per lui però le cose non vanno bene come un tempo: intorno al nuovo Masaniello, stretto dai mediocri risultati dell’amministrazione di quella complicata città, non c’è più l’entusiasmo dei tempi dell’elezione. E per di più ora ci si mettono pure le inchieste che coinvolgono suo fratello, indagato per turbativa d’asta nel contesto degli appalti per l’America’s cup. L’elenco dei magistrati che abbracciando la politica non prevedevano tali difficoltà, del resto, è lungo e trasversale. Impossibile non ricordare l’imbarazzata difesa del sindaco di Bari, Michele Emiliano, costretto a giustificare le ceste di pesce e le cozze pelose ricevute in dono. Ed altrettanto vale per l’ex togato Alfonso Papa, già parlamentare del Pdl, cui durante la scorsa legislatura è toccato addirittura varcare la soglia del carcere. Insomma, i magistrati in politica non funzionano più.

@coconardi