“Bene. Il congresso l’ho convocato apposta. Dopo mesi di polemiche giornalistiche, finalmente si ascolteranno idee e proposte”. Matteo Salvini, all’uscita dalla Prefettura di Milano, ieri l’ha messa così. Buon viso a cattivo gioco. E il cattivo gioco è che Massimo Garavaglia ce l’ha fatta: ha raccolto le firme di 80 delegati, in quattro regioni, che servono per sfidarlo alla segreteria federale.
Dietro di lui c’è l’area del Carroccio che chiede di rimettere al centro il Nord e l’autonomia. Il segretario assicura che “non è una sfida ma un confronto”. E anzi, rilancia: “Dopo mesi di chiacchiere, adesso capiremo chi vuole fare che cosa”.
Ma Salvini teme lo scrutinio segreto
Calma di facciata. Fino a ieri il congresso di sabato 24 e domenica 25 ottobre a Milano doveva essere una formalità, come quello di Firenze dell’aprile 2025, quando Salvini fu rieletto per acclamazione senza avversari. Ora i candidati sono due. E due candidati significano scrutinio segreto. Sul risultato nessuno ha dubbi: la riconferma del leader, al vertice dal 2013, è data per scontata.
Il problema sono i numeri. I delegati sono circa 700, 400 eletti e 300 di diritto: ogni scheda bianca e ogni voto all’ex ministro del Turismo del governo Draghi peserà come una sfiducia. Tra i sostenitori di Garavaglia, si spera in un dissenso intorno al 30%, magari espresso proprio con le schede bianche. Alla domanda su una larga maggioranza, Salvini ha preferito non sbilanciarsi: “Non mi sostituisco al libero voto dei 706 delegati che verranno da tutta Italia”.
Con Garavaglia i big della Lombardia, da Fontana a Romeo
Poi c’è la geografia delle firme. Una cinquantina delle 80 viene dalla Lombardia, la culla del Carroccio. E i nomi pesano: il governatore Attilio Fontana, il segretario della Lega lombarda e capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, gli assessori regionali Massimo Sertori e Claudia Maria Terzi. In pratica, lo stato maggiore lombardo ha firmato per lo sfidante. Le truppe sono quelle di Fontana e Romeo. E il governatore, che rischia di restare fuori dalle candidature per il Parlamento, non ha molto da perdere.
Il consigliere regionale Roberto Anelli lo dice in chiaro: “Salvini, Garavaglia e qualsiasi dirigente sono strumenti della nostra azione politica, non il fine”. I salviniani rispondono con l’aritmetica. “Dei 170 delegati lombardi, 120 hanno firmato per Matteo Salvini e 50 per Garavaglia”, rivendica il deputato Luca Toccalini: “Il 70% della base”.
Vero, Ma è vero anche il rovescio della medaglia, cioè che quasi un delegato lombardo su tre si è schierato con lo sfidante prima ancora di entrare in sala. Su X il senatore Claudio Borghi ironizza su chi parlava di “congresso farsa”, che “magicamente adesso si trasforma nel congresso verissimo”.
Zaia non firma ma aspetta gli eventi
Il dato più eloquente, però, è un’assenza. Dal Veneto sono arrivate una decina di firme. Quella di Luca Zaia no. L’ex governatore avrebbe scelto di non firmare per nessuno dei due candidati, come alcuni suoi ex assessori. Non si schiera con Salvini, ma nemmeno si espone. Anche qui il motivo è aritmetico: con questi delegati, costruiti in anni di gestione salviniana, il Doge non avrebbe alcuna possibilità di vincere. E allora aspetta.
Aspetta il dopo. A leggere le sue mosse, Zaia guarda alle politiche: se dalle urne uscisse una Lega molto ridimensionata, magari dimezzata rispetto ai fasti di un tempo, la segreteria federale sarebbe molto più scalabile di oggi. A quel punto nessun congresso potrebbe blindarla. Fino ad allora, a Garavaglia e all’area nordista tocca fare il lavoro sporco: contare i dissidenti a scrutinio segreto. Ed essere la spina nel fianco di Salvini.
Lui, intanto, mette in vetrina i risultati. “L’autonomia approvata in Consiglio dei ministri, i decreti Sicurezza che raccolgono le nostre proposte”, elenca, proprio come in campagna elettorale. E chiude ogni porta alla conta interna: “Non sono mai esistite le correnti in Lega e mai esisteranno”. Da sabato, scheda dopo scheda, si capirà quanto è vero.