Tra le 112.500 e le 150 mila firme da raccogliere in pochi giorni, oppure nessuna. È la distanza che separa i partiti già dentro il Parlamento da quelli che un posto sulla scheda se lo devono ancora conquistare. E a stabilire da che parte della linea finisce ciascuno hanno appena provveduto gli stessi partiti che le regole del voto le scrivono.
La Commissione Affari costituzionali della Camera ha licenziato giovedì sera, il 24 giugno 2026, il testo della riforma elettorale del centrodestra, un proporzionale con premio di maggioranza per chi supera il 42 per cento. Ora il testo arriva in aula a Montecitorio. Nell’ultimo giro di voti la maggioranza ha fatto passare un emendamento sulle firme, l’1.11, riformulazione dei relatori su proposte arrivate da Azione, Più Europa e dal Partito Liberaldemocratico. Il risultato, racconta Pagella Politica che ne ha preso visione, è l’esonero dalla raccolta per tutti i partiti che avevano un gruppo parlamentare in almeno una camera entro il 31 dicembre 2025.
Chi entra e chi resta fuori
Con quella data, scelta bene, entrano nel club degli esentati anche Azione e Alleanza Verdi-Sinistra, che un gruppo ce l’hanno solo alla Camera, più Italia Viva e Noi Moderati, i cui gruppi sono nati a legislatura già avviata. Restano fuori in tre. Più Europa di Riccardo Magi, che alla Camera ha una componente di tre deputati dentro il Misto. Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che una componente l’ha creata da poco. E il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin, che alla Camera conta un solo eletto, sé stesso.
L’esenzione esisteva già per chi ha un gruppo in entrambe le camere dall’inizio della legislatura, e cioè Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, più gli autonomisti della Südtiroler Volkspartei e dell’Union valdôtaine. La legge chiede agli altri da 1.500 a 2.000 firme in ognuno dei 49 collegi plurinominali della Camera e dei 26 del Senato, tra 112.500 e 150mila in tutto. Numeri che si dimezzano, a un minimo di 56.250 e un massimo di 75mila, solo se le camere si sciolgono almeno quattro mesi prima della scadenza. Con tempi stretti e sottoscrizioni da autenticare. Per chi è già nel palazzo, invece, una firma sola: la propria.
Una vecchia abitudine bipartisan
La modifica l’hanno già ribattezzata “anti-Vannacci”, solo che a rimetterci di più è Magi. Il capogruppo di Futuro Nazionale Edoardo Ziello l’ha definita «una marchetta» ad Azione. Gli ha risposto il capogruppo di Azione Matteo Richetti, che l’esonero, dice, tocca anche Verdi-Sinistra, Noi Moderati e Italia Viva, e che il criterio è «in continuità con le norme del 2022». Magi parla di privilegio «discriminatorio» e mette sul tavolo un conto: alle politiche del 2022 Più Europa prese circa 790 mila voti, Noi Moderati 250 mila. Eppure il partito di Maurizio Lupi finì con più seggi, perché il Rosatellum premia chi vince i collegi uninominali.
Magi ha annunciato mobilitazioni e parla di una questione di «agibilità democratica», chiedendo a tutto il centrosinistra di farne una battaglia comune. Per i tre esclusi la strada torna in salita, e Futuro Nazionale dovrà perfino anticipare la presentazione delle liste sotto cui far firmare gli elettori. Intanto al centro si ragiona su un nuovo coordinamento, e la norma sulle firme è già la prima emergenza messa in comune.
L’esenzione su misura, del resto, è prassi vecchia e bipartisan. A maggio 2022 fu un emendamento dello stesso Magi al decreto “Elezioni” a esentare chi si era presentato col proprio simbolo nel 2018 o alle europee del 2019, purché con un seggio o l’1 per cento dei voti. Era il caso di Più Europa, 2,6 per cento alla Camera nel 2018. Oggi quella porta gli si chiude in faccia, e a deciderlo è il calendario di un gruppo parlamentare più dei voti presi alle urne. Le regole del gioco le riscrive chi è già in campo, e sceglie chi può ancora entrarci. Le firme, agli altri.