Ci siamo. Il centrodestra ha depositato alla Camera una proposta di legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza alla lista o coalizione che superi il 40 per cento, con possibile ballottaggio tra il 35 e il 40 per cento. Nel testo base mancano le preferenze: l’elettore vota il simbolo, l’ordine di elezione lo decidono le segreterie. Liste bloccate, candidati scelti dall’alto, Parlamento di “nominati”. È una legge elettorale che Meloni e Salvini avrebbero odiato, fino a qualche settimana fa: è la fotografia ricostruita anche da Pagella Politica.
La crociata contro le liste bloccate
Per anni Giorgia Meloni ha costruito la propria identità politica sull’attacco frontale a questo impianto. Il 21 marzo 2014, intervenendo alla Camera contro una riforma che riproduceva il Porcellum, affermava: «Le preferenze sono il sistema che meglio consente l’esercizio della sovranità da parte del popolo». Nello stesso periodo denunciava i «parlamentari nominati» che «non rispondono agli italiani che li eleggono ma al capo che li nomina». Il 9 ottobre 2017 ribadiva che «le liste bloccate fanno schifo». Il 24 settembre 2020 Fratelli d’Italia pubblicava una nota dal titolo inequivocabile: «No alle liste bloccate, sì alle preferenze». La cancellazione dei nominati veniva indicata come linea di demarcazione tra rappresentanza autentica e politica di palazzo.
In quelle prese di posizione il tema era presentato come principio, non come dettaglio tecnico. Le preferenze venivano descritte come argine alla cooptazione, le liste bloccate come dispositivo che altera il rapporto tra eletti ed elettori. La retorica insisteva sulla sovranità popolare compressa dai vertici di partito.
Oggi la riforma sostenuta dal suo partito reintroduce proprio quel meccanismo. Nessuna preferenza sulla scheda. Liste territoriali bloccate. Ordine deciso dai vertici. Secondo ricostruzioni di stampa, Lega e Forza Italia hanno opposto una contrarietà netta alle preferenze, mentre Fratelli d’Italia ha evocato possibili emendamenti successivi senza modificare il testo depositato. Il risultato è un compromesso che lascia intatto il cuore del sistema: controllo centrale delle candidature e premio di maggioranza che rafforza la coalizione vincente.
Dalla legge Acerbo alla “legge fatta bene”
Matteo Salvini non ha una traiettoria diversa. Nel 2015, commentando la fiducia posta dal governo Renzi sull’Italicum, parlò di precedenti che «ritornano al ventennio e alla legge Acerbo», evocando l’ombra di una deformazione autoritaria della rappresentanza. Dopo il referendum sul taglio dei parlamentari, nel settembre 2020, dichiarò «basta alle liste bloccate» e si disse pronto a votare «in tre secondi» una legge come quella regionale, con preferenze e indicazione chiara del vincitore la sera stessa del voto.
Quelle parole collocavano la legge elettorale nel perimetro delle garanzie democratiche. Pochi giorni dopo, però, ammise che si poteva andare alle urne anche con il Rosatellum, che le liste bloccate le prevede. Oggi definisce la nuova proposta «fatta bene» e rivendica l’esigenza di stabilità. Il lessico cambia insieme alla posizione istituzionale.
Il cortocircuito politico
Il confronto tra dichiarazioni passate e testo attuale mostra una torsione evidente. Ieri le liste bloccate venivano associate a un Parlamento piegato ai capi partito. Oggi diventano architrave di un sistema che concentra nelle segreterie la selezione dei candidati. Ieri le preferenze erano descritte come strumento essenziale di sovranità popolare. Oggi scompaiono dal progetto di riforma. Ieri il premio di maggioranza imposto dagli avversari evocava paragoni storici pesanti. Oggi un premio analogo viene presentato come garanzia di governabilità.
Il nodo riguarda anche il contesto politico. La soglia del 40 per cento, combinata con il premio e con liste bloccate, consegna alla coalizione vincente un controllo ampio dei seggi. In una fase in cui i sondaggi segnalano una competizione più stretta e in cui incombono appuntamenti referendari, la riforma incide sugli equilibri futuri. La selezione dei candidati torna a dipendere dalla fedeltà ai vertici più che dal radicamento territoriale.
La legge elettorale è il dispositivo che traduce i voti in seggi e determina l’equilibrio tra rappresentanza e stabilità. Cambiare posizione è legittimo ma farlo senza riconoscere la distanza tra le parole pronunciate per un decennio e il testo sostenuto da Palazzo Chigi e dal Viminale apre una frattura politica. La bandiera contro i “nominati” ha accompagnato l’ascesa di Meloni e Salvini. La riforma attuale ripristina quel modello. I fatti restano agli atti.