L’esecutivo

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di Gaetano Pedullà

Si possono mescolare l’acqua e l’olio? Sistema e anti-sistema? Renzi e Grillo? La risposta è no, e ieri il faccia a faccia tra i due è finito in uno show che ha accontentato tanto i Cinque Stelle duri e puri quanto il Pd, che ha parlato di ennesima occasione persa dal Movimento per cambiare il Paese. Deve essere stato invece tutt’altro che un inutile monologo l’incontro del pomeriggio tra lo stesso premier incaricato e Berlusconi. Un vertice che ha aperto la strada al nuovo governo, visto che Forza Italia manterrà gli accordi sulle grandi riforme, mentre sull’ordinaria amministrazione deciderà di volta in volta. In questo modo il Cavaliere terrà una sua personale golden share su Palazzo Chigi, da esercitare sulle questioni chiave: dalla giustizia alle prossime nomine nelle aziende pubbliche. I numeri così ci sono – seppure sempre traballanti – e dopo essere corso ieri sera al Colle per informare il Capo dello Stato, sabato Renzi presenterà la sua squadra di governo, presentandosi poi lunedì prima al Senato e poi alla Camera per il voto di fiducia. Tutto bene dunque? Mica tanto. Per far quadrare il cerchio il premier incaricato ha già dovuto accettare enormi compromessi. A partire dalla lista dei ministri, che a differenza di quanto promesso (sarà snella e composta da figure competenti) dagli ultimi rumors si sarebbe già allungata per non perdere per strada i primi pezzi della coalizione. Quanto alle figure competenti qui Renzi si gioca la partita più importante, non solo perché i suoi ministri dovranno fare la differenza con quelli scipidi schierati da Letta. Al Tesoro, più che in ogni altro tassello dell’Esecutivo, il nuovo premier dovrà dimostrare se è vero o no quello che ieri gli ha gridato anche Grillo, e cioè che il nuovo governo sarà teleguidato da banche e poteri forti. Da Draghi a Bankitalia si preme per confermare Saccomanni o scegliere un ministro che garantisca il rigore sui conti. Ma se sarà così diciamo subito addio alla ripresa.