La società dei rapiti in Libia e quella causa allo Stato italiano. Ecco perché la Conicos è in guerra col Governo

di Stefano Sansonetti
Primo piano

Una società che sembra essersi assunta consapevolmente, forse troppo, i rischi della polveriera libica. E che per questo viene accusata dalla Farnesina di imprudenza. Ma anche una società molto arrabbiata con lo Stato italiano, a suo dire non proprio vicino alle imprese che lavorano nel complicato paese africano. E’ una storia di screzi, finora completamente sfuggita ai radar, che ha portato l’azienda in questione a impostare un mega contenzioso con una società pubblica del Belpaese. Al centro della scena c’è la Con.i.cos, la società di costruzioni di Mondovì assurta agli onori della cronaca perché due suoi dipendenti, Danilo Calonego e Bruno Cacace, sono stati rapiti in Libia. Ma esistono retroscena che contribuiscono a chiarire la posizione della società, controllata e guidata dall’imprenditore Giorgio Vinai.

IL DETTAGLIO – Dall’ultimo documento contabile della società, riferito all’anno 2015 e approvato in assemblea il 13 giugno del 2016, viene fuori innanzitutto che la Con.i.cos è sin troppo consapevole della pericolosità della situazione libica, per di più proprio nelle zone in cui lavora: “Scontri tribali nel Fezzan, parte meridionale del Paese, interrompono i collegamenti via terra con la regione di Ghat dove si trova il nostro cantiere”. In più “i collegamenti aerei sia con l’estero sia all’interno del Paese, notevolmente ridotti, continuano a essere problematici come pure i trasporti e gli spostamenti via terra”. Per non parlare del fatto che, dopo la chiusura delle rappresentanze diplomatiche, “quasi tutti il personale straniero lascia il Paese per problemi soprattutto di sicurezza”. Insomma, la società di Vinai conosceva sin troppo bene il contesto. Eppure ha corso il rischio. Perché? La ragione è economica. Dal bilancio, infatti, viene fuori che la Con.i.cos vanta crediti verso i clienti per 21 milioni di euro, gran parte dei quali in Libia.

IL NODO – Il problema è che il doppio governo libico (tra Tripoli e Tobruk) non paga. E qui la società punta l’indice contro il Governo italiano. E svela nello stesso documento che le associazioni che rappresentano le imprese creditrici, ovvero Ance, Confindustria, Assafrica e Airil, “hanno comunque intrapreso una nuova azione congiunta nei confronti del Governo italiano affinché provveda a farsi autorizzare dalle Autorità libiche l’utilizzo di parte delle somme sin qui annualmente accantonate per la costruzione dell’Autostrada costiera, così come era stato concordato nel trattato di amicizia italo-libico del 2008 (quello stipulato tra Berlusconi e Gheddafi, ndr)”. In più la Con.i.cos rivela che da tempo è in corso un aspro contenzioso con la Sace, la società di assicurazione dei crediti all’export controllata da Cassa Depositi e Prestiti. Oggetto del contendere un vecchio contratto del 1979 a seguito del quale venne assicurato con la Sace il rischio di mancata riscossione dei crediti.

Twitter: @SSansonetti