L’incubo delle schiave cinesi a Rimini

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di Leonardo Rafanelli
Nessuna pausa: sette giorni su sette, 24 ore su 24. E gli unici momenti in cui potevano tornare a sentirsi ragazze normali, e non macchine per il sesso a pagamento, erano quelli dello stop forzato per il ciclo mestruale. Una vita da schiave, che le giovani prostitute cinesi sceglievano però deliberatamente: col miraggio di poter diventare un giorno “maitresse”, si consegnavano nelle mani di un’organizzazione criminale senza scrupoli che tra Rimini, Milano, Brescia, Cremona, Reggio Emilia, Modena e Forlì aveva messo in piedi un giro di prostituzione da 5-6mila euro a settimana. A porre fine a tutto questo, con l’arresto di quattordici persone tra italiani e cinesi, è stata la squadra mobile di Rimini. La città-simbolo di divertimenti e vacanze nella Riviera romagnola era infatti la tappa obbligata per le ragazze che aspiravano o si trovavano costrette ad entrare nel giro. Qui, immediatamente dopo il loro arrivo, le aspettava un periodo di prova per vedere se erano adatte al “mestiere”, se ci sapevano fare coi clienti, e anche se potevano reggere i ritmi richiesti. Se l’esito era positivo, iniziava lo smistamento verso altre città in tutta Italia.

Il modo in cui il giro di prostituzione era organizzato non era molto dissimile da quello delle vecchie “case di tolleranza”. Il contatto coi clienti, infatti, non avveniva in strada: non c’era da battere il marciapiede, perché gli incontri si svolgevano in appartamenti, lontano da occhi indiscreti e grazie a locatori in combutta con la banda. La chiave di tutto era internet: tramite alcune pagine web, le prestazioni venivano pubblicizzate e presentate a volte come centri per massaggi. Chi cercava sesso a pagamento non doveva far altro che chiamare i numeri di telefono indicati. E all’altro capo del filo, a rispondere c’era appunto la “maitresse”, che come detto era il ruolo ambito dalle giovani prostitute, l’obiettivo finale: segno di una situazione in cui anche alzare una cornetta appariva più allettante di una vita di schiavitù sessuale.

Eppure le ragazze erano consapevoli della “professione” che sarebbero andate a svolgere. A contattarle provvedeva un reclutatore, che operava in Cina nella regione dello Zhejiang. E loro partivano, entravano in Italia da clandestine e andavano incontro al loro destino. Senza nemmeno la pur piccola consolazione di guadagnare qualcosa: la maggior parte dei soldi, infatti, andava agli sfruttatori, sia in Italia che in Cina. Di conseguenza, qualunque fosse la ragione che le portava ad abbandonare il loro paese, tutto quello che trovavano era un’esistenza da moderne schiave. Fino all’arresto della banda, che resta tuttavia la soluzione ad uno tra i tanti casi simili, in cui giovani ragazze vengono illuse col sogno di una vita migliore, e si ritrovano per strada o magari in appartamenti come questi, comunque prigioniere.