L’Isis terrorizza Berlino e l’Ue strizza l’occhio alla lobby delle armi: soldi per la ricerca militare e no al divieto di usare kalashnikov

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Le casualità a volte sono talmente inverosimili che risulta difficile non essere fatalisti. E così scopriamo che soltanto un giorno dopo il tragico attentato di Berlino, incidentalmente a Bruxelles è stata approvata, dopo un anno di lavoro e trattative, una direttiva sul controllo e commercio delle armi da fuoco nell’Eurozona. E cosa è stato deciso? Semplice: l’idea iniziale di vietare totalmente il commercio legale di fucili d’assalto e kalashnikov è saltata. Parliamo, cioè, di tutte quelle armi facili da trovare e reperire anche nel commercio legale che però potrebbero finire in mani sbagliate, vedi la strage di Orlando negli Stati Uniti o quelle in Francia. Non è un caso, d’altronde, che l’idea di rendere perlomeno più difficile l’acquisto di armi ad alta capacità nasce subito dopo la strage del Bataclan. È, infatti, il 18 novembre 2015 (cinque giorni dopo l’attentato a Parigi, dunque) quando la Commissione europea, diretta da Jean Claude Juncker, avanza la proposta di una direttiva più stringente sul commercio armato.

Compromesso al ribasso – Ne nasce una discussione infinita, capace di durare addirittura un anno. In campo, infatti, non ci sono posizioni variegate, ma anche interessi aziendali importanti che inevitabilmente creano pesanti pressioni sulla decisione dei singoli Stati. Alla fine quello che ne esce, come detto, è un compromesso al ribasso, dato che non è passata la proposta di divieto assoluto delle armi semiautomatiche del tipo Ak47 (kalashnikov) o Ar15 (fucile d’assalto) e di vietare anche ogni caricatore con capacità superiore a 10 colpi. È stato lo stesso Juncker a riconoscerlo: “Abbiamo lottato duramente per un ambizioso accordo che riducesse il rischio di sparatorie nelle scuole o nei campeggi estivi e di attacchi terroristici con armi detenute legalmente. Naturalmente ci sarebbe piaciuto andare oltre”. E oltre non si è andati.

Soldi alle industrie militari – C’è da sorprendersi? Probabilmente no. Come scriveva LaNotizia già a inizio ottobre, l’intenzione di Bruxelles era quella di far sì che una parte del capitolo di Bilancio fosse destinata alla ricerca militare. Un’idea, questa, che porta la Commissione a creare un piccolo team che lavori sul punto e sulla necessità (o meno) di predisporre un finanziamento per la ricerca armata. Domanda più che curiosa: chi entra nel Preparatory Action on Defence research (questo il nome del team)? Ma, ovviamente, i signori delle lobby armate. Dei 16 membri complessivi, come denunciato in un report realizzato dall’Enaat (European Network Against Arms Trade),  ben 9 fanno capo a importanti aziende belliche. Chi, ad esempio? Mauro Moretti, amministratore delegato di Finmeccanica. Ma non è l’unico. Perché nel gruppo di ricerca sono entrati anche i numeri uno delle più importanti aziende militari europee, da Tom Enders della Airbus Group (leader nel settore aerospaziale) a Fernando Abril-Martorell della Indra (che si occupa di veicoli militari), da Ian King della Bae, azienda britannica che ha investito, per dire, con Finmeccanica nella costruzione degli F-35, fino a Håkan Buskhe della svedese Saab. Domanda da un milione di dollari: a quale conclusione sarà mai giunto questo gruppo di lavoro? All’esigenza, come detto, che Bruxelles attui misure per finanziare la ricerca militare, of course. E infatti, secondo quanto denunciato in Italia da Rete per il Disarmo (nel silenzio totale di media mainstream e politica), Bruxelles ha approvato un Bilancio che prevede un budget inziale di 90 milioni di euro in 3 anni. Poca roba, certo. Ma è, questo, solo “ parte di un più ampio Piano d’Azione a favore dell’industria degli armamenti”, denuncia Rete per il Disarmo. Un Piano che dovrebbe arrivare a valere 3,5 miliardi di euro per il periodo 2021-2027. E di cui godranno, manco a dirlo, i produttori di armi.

Tw: @CarmineGazzanni