Immigrati, l’Italia che ci piace. Quando l’integrazione è realtà: su 29.698 accolti, attivati 26mila percorsi formativi. I dati dell’ultimo rapporto

dalla Redazione
Cronaca

Chi l’ha detto che l’integrazione dei immigrati debba essere una chimera. Certo, è inutile prendersi in giro: il percorso che porta all’integrazione è lungo e difficile. Fra progetti che faticano a partire, intoppi burocratici ed evidenti barriere linguistiche, la maggior parte dei migranti in fuga dalle guerre è destinata a perdersi per strada o a proseguire il cammino verso Paesi più promettenti.

Qualcuno che in Italia abbia trovato l’America, però, esiste. A riferirlo sono, chiaramente, i dati dell’ultimo rapporto annuale dello Sprar (Sistema di Protezione per migranti e richiedenti asilo promosso dal ministero dell’Interno). Nell’ultimo anno, infatti, su 29.698 accolti sono stati attivati 26mila percorsi formativi rivolti ad altrettanti stranieri che hanno ottenuto la “status” di rifugiato, la protezione sussidiaria o quella umanitaria. Nel corso del 2015, inoltre, sono stati quasi 21mila gli immigrati beneficiari del sistema di protezione che hanno seguito con continuità corsi di lingua italiana. In totale, parliamo di una rete di 376 enti locali titolari di progetto (339 comuni, 29 province e 8 unioni di comuni) per circa 800 Comuni coinvolti nell’accoglienza. Oltre il 40% delle presenze si è registrato nel Lazio (22,4% del totale nazionale con 2.500 posti su Roma) e in Sicilia (20,1%), seguite da Puglia (9,4%) e Calabria (8,9%). Il numero di minori stranieri non accompagnati accolti nei progetti dello SPRAR sono stati 1.640 su una rete attiva di 977 posti.

Nel complesso, i progetti Sprar hanno erogato complessivamente 259.965 servizi. Tali servizi riguardano principalmente l’assistenza sanitaria (20,7%), la formazione (16,6%), le attività multiculturali (15%), l’alloggio (14,9%), l’istruzione/formazione (10,9%) e l’inserimento scolastico dei minori (9,5%). L’assistenza sanitaria rimane stabilmente la prima prestazione necessaria, ma il 2015 vede un peso più rilevante delle attività volte all’inserimento socio-lavorativo, mentre negli anni precedenti rivestivano maggiore peso i servizi riconducibili alle prime fasi di presa in carico dei beneficiari.

Ma passiamo ad analizzare i settore lavorativo. La maggior parte dei profughi che arrivano a beneficiare del sistema di protezione, va detto, possiede già in partenza un grado di scolarizzazione medio alta. Quasi il 26% di loro – si legge nel rapporto – ha un diploma di scuola superiore o specializzazione universitaria, mentre il 22% possiede la licenza media. Per chi è già abituato a studiare e ha una buona istruzione alle spalle, infatti, tornare sui banchi a imparare una lingua e una professione risulta più facile.

Dati positivi anche per quanto riguarda i percorsi professionali: nel 43,2% dei casi sono stati attivati da 1 a 10 tirocini formativi e da 11 a 20 nel 19,9% dei casi. Mentre malgrado la crisi economica oltre la metà dei progetti (55,7%) si è concluso con la realizzazione di fino a 10 inserimenti lavorativi. Complessivamente, nel 2015 sono riusciti a ottenere un contratto di lavoro stabile 1.972 migranti. Soprattutto nel settore della ristorazione e del turismo (60%), agricoltura e pesca (40%), servizi alla persona (30%).

In soldoni, sono 8.291 le figure professionali impiegate nelle attività quotidiane dei progetti. Rispetto al ruolo ricoperto, la maggioranza dei professionisti sono operatori di accoglienza (22%); seguono mediatori culturali (12,1%), personale amministrativo (10,1%), operatori legali (6,9%), personale ausiliario (5,6%), insegnanti di italiano (5,1%) e coordinatori di équipe (5%). Dunque il modello di accoglienza Sprar risulta cresciuto negli ultimi anni sia in termini quantitativi che qualitativi, rappresentando però ancora meno di un quarto, in termini numerici, di tutte le forme di accoglienza presenti del nostro Paese.

Il presidente dell’Anci Piero Fassino, intervenendo alla presentazione, ha rimarcato che in questi mesi si sta affrontando “un passaggio estremamente delicato, che definirà come il nostro Paese intende posizionarsi in futuro rispetto a una tematica così dirimente. La netta predominanza di strutture a carattere straordinario, rispetto al sistema ordinario dello Sprar, sta infatti mettendo in difficoltà la tenuta complessiva del sistema”.
“E’ necessario, e su questo c’è il pieno accordo con il Ministero dell’Interno – ha proseguito Fassino – che progressivamente questo rapporto venga ribaltato, facendo della rete Sprar il sistema principale, e poi unico, di seconda accoglienza. Abbiamo lavorato in queste settimane con il Ministero dell’Interno a un decreto che modificherà i sistemi di accesso e accreditamento permanente dei Comuni alla rete Sprar, rendendolo più flessibile e dando continuità ai progetti che sono da più tempo nella rete e qualitativamente validi, che quindi non dovranno più presentare un progetto, ma saranno accreditati in maniera permanente come enti componenti della rete Sprar”.

Ma – dicevamo – chi pensa che questa sia una strada in discesa costellata di storie a lito fine sbaglia di grosso. Perché troppo spesso i migranti, delusi e frustrati, decidono di abbandonare il percorso: si calcola che durante lo scorso anno siano uscite dal progetto di accoglienza 11.093 persone. Le istituzioni li perdono di vista e non si sa che fine facciano. Di questi, il 34,5% ha dovuto lasciare perché scaduti i termini di accoglienza indicati dalle linee guida dello Sprar, il 31,6% ha abbandonato volontariamente l’accoglienza mentre il 29,5% si è semplicemente – e fortunatamente – emancipato. Grazie agli insegnamenti ricevuti, quindi, è riuscito a costruirsi una propria opportunità lavorativa.