L’Italia del NO prepara l’assalto all’Expo. Un Paese che non vuole crescere. Così siamo precipitati

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L’Italia può permettersi di restare in eterno immobile, ad aspettare che l’economia si rimetta in moto per virtù dello Spirito santo mentre più prosaicamente i cantieri non si possono aprire, le ferrovie non si devono fare, di ammodernare i centri storici neppure se ne parla e così via per tutto? Ecologisti, contestatori a prescindere e idealisti da una parte e tribunali amministrativi, avvocati e norme che sembrabno fatte apposta per favorire che vuole bloccare tutto, ecco che il Paese è fermo da anni. Non si muovono o sono costrette a procedere a piccoli le grandi opere pubbliche, ma anche moltissime piccole e medie iniziative private.

MILLE COLLETTIVI
I comitati più o meno spontanei che spuntano come i funghi quando c’è da fare qualcosa, non hanno solo la burocrazia e codici antidiluviani dalla loro parte, ma anche regolamenti locali inadeguati, una generale paura di molti amministratori ad assumersi le loro responsabilità, un diffuso malcostume di corruzione e vincoli di spesa pubblica (come il Patto di stabilità) fatti apposta per lasciare questo Paese in una crisi permanente. In un Paese dove non si muove un soldo, c’è infatti una montagna di euro parcheggiata – o forse nascosta – in chissà quali cassetti. Fondi stanziati e deliberati dal Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, che non si spendono per i contenziosi più disparati. O per i vincoli proprio di questo Patto di Stabilità che il Governo si è impegnato ad allentare (ma stiamo aspettando di vedere quando questo accadrà davvero. Il Patto di stabilità è infatti una delle leggi di controllo della spesa pubblica che ha creato i più devastanti effetti distruttivi sulla nostra economia. Siamo un Paese che non percepisce, anche nella sensibilità dei legislatori e delle sue magistrature, la gravità del momento che viviamo. Ieri è stato diffuso un nuovo dato sulle costruzioni che restano allo sbando. Hanno chiuso centinaia di imprese e sono andati a casa migliaia di lavoratori, senza contare l’indotto e l’industria dell’arredamento (se non si costruiscono case nuove non c’è bisogno di arredarle). Oggi non c’è opera pubblica che non si confronti con gli ostacoli più impensabili. Ricorsi ai Tar, controricorsi al Consiglio di Stato, veti di ogni genere. È il trionfo dell’Italia del no.

CHI PAGA IL CONTO?
Un’Italia che non vuole la Tav, che non vuole il Ponte di Messina, che non vuole l’energia eolica Questi veti non sono gratis. E non fanno dell’Italia un Paese migliore. Anzi, fanno quasi diventare moda opporsi a tutto. Con l’idea che dopo le opere che hanno un qualche impatto sul territorio ci si può opporre anche a ogni elemento di sviluppo. Compreso l’Expo e – tagicamente – la sua sfida di sfamare e migliorare il mondo.