Litorale romano, la mafia c’è. Prime condanne ai clan

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di Clemente Pistilli

Sul litorale romano c’è la mafia. In tanti, magistrati, politici ed esponenti della società civile, lo hanno detto negli ultimi tempi, ma a sancirlo è stato ieri il Tribunale di Velletri, che ha emesso una sentenza con cui per la prima volta in provincia di Roma viene riconosciuta la costituzione di un’associazione per delinquere di stampo mafioso e non una semplice infiltrazione da parte delle cosche. Su 20 condanne richieste nel gennaio scorso dal pm della Dda di Roma, Francesco Polino, sono state 17 quelle inflitte dai giudici, per un totale di 190 anni di reclusione. Si è concluso così, dopo un tormentato iter giudiziario, il processo denominato “Appia”, scaturito dalle indagini che nel 2005 portarono allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del consiglio comunale di Nettuno, primo e al momento unico caso nel Lazio. Sinora le uniche condanne per mafia nel Lazio erano state quelle emesse dal Tribunale di Latina al termine dei processi “Anni ‘90”, sul gruppo Mendico del sud pontino, “Damasco”, sul controllo del Comune e del Mof di Fondi da parte dei Tripodo, e “Sfinge”, sul business del gruppo di Maria Rosaria Schiavone, figlia dell’ex cassiere dei Casalesi, il pentito Carmine.

Affari sporchi
Nell’inchiesta “Appia” gli inquirenti si concentrarono sul business portato avanti, tra il 1998 e il 2004, dalle famiglie Gallace e Novella tra Anzio e Nettuno, due famiglie originarie di Guardavalle, in Calabria, ma da tempo stabilitesi in provincia di Roma. La Dda raccolse prove su un vasto traffico di droga, chili e chili di cocaina gestiti dagli allora indagati. Un’indagine che, nel 2005, portò il prefetto di Roma a inviare a Nettuno una commissione d’accesso, ottenendo lo scioglimento del consiglio comunale per mafia. li, alle ultime elezioni è riuscito a tornare a Palazzo, altre indagini sono seguite e hanno delineato i conI Novella hanno rotto con i Gallace, che si sono avvicinati alla mala romana e agli Andreacchio di Nettuno e proprio per quanto emerso nell’inchiesta “Appia”, ovvero per offese che Carmelo Novella avrebbe rivolto alla mamma del boss Vincenzo Gallace, quest’ultimo, come confermato in aula dal pentito Antonino Belnome, ordinò l’uccisione dell’ex alleato, freddato dallo stesso Belnome il 14 luglio 2008 in Lombardia.

Il caso
A Nettuno, come specificato sempre dal collaboratore di giustizia Belnome, che insieme ad altri pentiti ha dato riscontro alle ipotesi formulate dal pm Polino, sarebbe stata costituita una locale di ‘ndrangheta, un livello importante dell’organizzazione, che conta non meno di 49 ‘ndranghetisti. La gestione del narcotraffico e non solo sarebbero andati avanti a gonfie vele.

Le condanne
Il processo “Appia”, dopo un altissimo numero di udienze, si è concluso ieri. Il pm Polino, a fine gennaio, aveva chiesto venti condanne, per un totale di 328 anni di reclusione. I giudici, dopo oltre ventiquattro ore di camera di consiglio,hanno letto il dispositivo, con cui hanno emesso 17 condanne, disposto tre assoluzioni e quattro proscioglimenti per intervenuta prescrizione. Le condanne più pesanti sono state quelle per Antonio Gallace, condannato a 17 anni di reclusione, e Vincenzo Gallace, a sedici anni. Ma la difesa è già pronta a dare battaglia.