Lo Stato sbaglia e non paga. Beffati i parenti della vittima

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Di Clemente Pistilli

Lo Stato non è stato in grado di proteggerlo, non ha svolto un lavoro adeguato per salvarlo dai suoi rapitori e alla fine ha lottato per dodici anni con i suoi familiari per non riconoscere loro un centesimo di risarcimento. Questa la storia che emerge dalla recente sentenza di Cassazione su Tullio De Micheli, una delle pagine nere della stagione dei sequestri che ha fatto tremare piccoli e grandi imprenditori lombardi, un provvedimento che mette la parola fine alla battaglia della figlia dell’industriale del varesotto, intenzionata a vedersi riconoscere dai Ministeri dell’Interno e della Difesa il danno per la “negligente gestione delle indagini”. Niente da fare: tra un cavillo giuridico e l’altro è stato dichiarato tutto prescritto.

Il sequestro De Micheli
Il rapimento del piccolo industriale della provincia di Varese è uno di quelli finiti male, con la vittima che non ha mai fatto ritorno a casa e il doppio dolore per i familiari derivante dal fatto che non è mai stato neppure trovato il cadavere, per avere magari una tomba su cui piangere. Era l’ormai lontano 13 febbraio 1975 quando, sulla salita che da Oltrona al Lago porta a Comerio, il titolare della “Fonderia ghisa mornaghese” si vide sbarrare la strada da una Mini rossa. De Micheli, 61 anni, era alla guida di una Peugeot 200 e non fece neppure in tempo a reagire. Uno dei malviventi – sembra fossero tre o quattro – ruppe un finestrino dell’utilitaria con un martello e l’industriale venne caricato su un’altra auto. Alla famiglia arrivarono tre telefonate. I banditi chiesero un riscatto di tre miliardi. Una cifra enorme per i De Micheli, che gestivano un’azienda che dava lavoro a 17 operai e aveva un fatturato di circa 300 milioni di lire l’anno. Dopo due settimane il silenzio e di De Micheli non si sa più nulla. Alla metà degli anni novanta arrivò però la svolta. Gli inquirenti avevano da tempo sgominato il cosiddetto clan Epaminonda, gli “indiani” del catanese Angelo Epaminonda, detto “Il Tebano”, che dalla Sicilia si era trasferito a Milano e aveva alla fine preso il posto del più noto Francis Turatello. Epaminonda fu il primo pentito di mafia a Milano e anche alcuni dei suoi iniziarono a parlare. Vennero ricostruiti diversi episodi criminali e giunsero agli investigatori notizie anche sul rapimento di De Micheli. La Procura di Varese utilizzò persino i geo radar alla ricerca del corpo, ma invano. Vennero però processati un siciliano e un uomo di Cadrezzate, quest’ultimo ex operaio della “Fonderia ghisa mornaghese”, che avrebbero avuto un ruolo di primo piano nel sequestro.

La scoperta choc
I familiari del 61enne avevano capito da tempo che qualcosa nelle indagini non era andata per il verso giusto. Avevano chiesto che venisse riaperta l’inchiesta sulla scomparsa dell’industriale, che già il 24 gennaio 1974, a Mornago, dove aveva sede la sua azienda, aveva subito un tentativo di sequestro. La conferma a enormi lacune investigative ai familiari del titolare della fonderia arrivò però appunto da quel processo aperto a venti anni di distanza dai fatti. Emerse infatti una testimonianza resa ai carabinieri, a poche ore di distanza dal sequestro, da un teste che alle ore 19 del 13 febbraio 1975 aveva visto nella zona sfrecciare una Fiat 126, con alla guida proprio l’ex operaio poi condannato per il rapimento. Si parlò del fatto che, mentre veniva maltrattato, De Micheli sarebbe morto soffocato, ingoiando accidentalmente la dentiera.I familiari presentarono una richiesta di risarcimento danni ai Ministeri dell’Interno e della difesa, ma la domanda è stata rigettata dal Tribunale di Milano, dalla Corte d’Appello di Milano e ora dalla Cassazione. Indagini gestite in maniera negligente o no, conferme arrivate a decenni di distanza dai fatti o meno, per i giudici il caso è ormai prescritto. Unica concessione della Suprema Corte la compensazione delle spese di giudizio, vista la “particolarità della questione dibattuta”.