Lotta all’Aids senza un vero piano. Ultimatum dalla Corte dei Conti. Servono risorse finanziarie e coordinamento. Difficile persino verificare la destinazione dei fondi

di Clemente Pistilli
Politica

Non si fa ancora abbastanza nella lotta all’Aids, ma soprattutto mancano ancora azioni coordinate tra le diverse realtà territoriali. Con la conseguenza che si spende di più e pure in maniera opaca. Occorre cambiare rotta e a specificarlo, con una relazione inviata al Parlamento, a Palazzo Chigi, e ai Ministeri della Salute, degli Esteri e dell’Economia, al termine di un’indagine sui programmi e gli interventi per la lotta contro l’Hiv e l’Aids, è la Corte dei Conti. Va tracciata una nuova rotta e per i giudici va tracciata subito: entro sei mesi. Un ultimatum che costringe ad accelerare nei necessari correttivi soprattutto il ministro della salute Roberto Speranza.

IL QUADRO. L’infezione da Hiv che causa l’Aids rappresenta ancora un’emergenza sanitaria. E altissimi sono anche i costi, soprattutto per le terapie farmacologiche. I magistrati contabili sottolineano quindi che, malgrado l’esistenza di una normativa di riferimento molto avanzata e la definizione di un documento innovativo quale il Piano nazionale di interventi, “l’evoluzione del quadro clinico, terapeutico, epidemiologico e sociale della malattia, diverso dagli anni Novanta, necessita di una rivisitazione, così come peraltro è emerso dall’intesa Stato e Regioni del 26 ottobre 2017”. Per la Corte dei Conti, infatti, gli interventi in materia di prevenzione e lotta all’Aids “non possono prescindere da un Piano che renda le azioni sinergiche e dalla reale predisposizione di risorse finanziarie indirizzate nei vari ambiti: di prevenzione, assistenza, accesso ai farmaci, mantenimento alla cura e attività di ricerca”.

E al tempo stesso “occorre assicurare un livello di trasparenza della gestione e del monitoraggio degli interventi intrapresi e, dunque, dell’investimento complessivo pubblico”. Con un obiettivo principale: fare in modo che le politiche di risanamento della spesa statale tornino in qualche modo ad essere indirizzate, nella lotta all’Hiv e all’Aids, al raggiungimento, entro il 2030, del target internazionale del 90 per cento delle diagnosi accertate, 90 per cento dei diagnosticati trattati con terapie retrovirali e 90 per cento degli infettati sotto cura funzionale. La Corte dei Conti ha chiesto maggiore trasparenza nel monitoraggio degli interventi a carattere nazionale, da condividere e coordinare con le realtà territoriali, considerando sempre i notevoli costi a carico dei sistemi sanitari, nonché nella gestione, visto anche che le somme destinate alla cura dell’Hiv, insieme ad altre patologie, sono confluite nei “costi standard” definiti nell’ambito della determinazione dei fabbisogni dei diversi servizi sanitari regionali, complicando la verifica della destinazione delle risorse.

Senza contare che, relativamente al sistema di sorveglianza epidemiologica e dello screening della popolazione coinvolta, i dati raccolti dai 21 sistemi regionali di rilevazione dei casi di Hiv e Aids non consentono una lettura omogenea e tempestiva dei nuovi casi, rendendo meno efficace l’individuazione dei rischi, la messa a punto e la valutazione dell’impatto degli interventi a livello nazionale. Per i magistrati andrebbe dunque accelerato il progetto di unificazione di questi sistemi in un apparato unico nazionale. La Corte dei Conti evidenzia infine che sono determinanti persone e saperi che sappiano affrontare e sfidare, nel panorama internazionale, la nuova fase in relazione ai nuovi obiettivi, alla gestione ottimale dei farmaci disponibili e all’individuazione di un vaccino preventivo per l’estinzione del virus.