Lotta di potere alla Sapienza

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di Clemente Pistilli

Addio potere per il Magnifico rettore. Se con un semplice Statuto Luigi Frati pensava di mettere all’angolo i baroni dello Studium Urbis le sue speranze sono naufragate. A combattere la monarchia assoluta a La Sapienza sono stati proprio i prof della facoltà di provenienza del rettore, quelli di Medicina. E’ stato sufficiente un ricorso al Tar e i tanti paletti posti ai docenti sono caduti come birilli. Tutto, o quasi, è tornato com’era.

Una lotta continua
Non ci sono mezze misure quando si parla di Luigi Frati. C’è chi lo ama e chi lo odia. I primi sono quelli che hanno fatto sì che da prof diventasse preside della facoltà di Medicina a La Sapienza e infine magnifico rettore. Sono quelli che lo hanno reso l’uomo più potente all’ombra della Minerva e non solo. Gli altri sono quelli che non mancano mai di fare il tiro a segno sul rettore romano. Attacchi su incarichi ai parenti, sulla carriera del figlio, sulla gestione dell’università. Colpi forti e niente scontri. E paradossalmente i guai per il Magnifico arrivano soprattutto dai suoi colleghi, i camici bianchi. L’ultimo scontro si è consumato attorno al nuovo Statuto de La Sapienza. Passati gli anni, anche le regole vanno aggiornate, quelle accademiche comprese. Il 29 ottobre 2012, poco più di un anno fa, Frati ha così emesso un decreto, con cui ha rivoluzionato la vita dell’ateneo, intraducendo modifiche sull’organizzazione, gli organi di governo e l’elettorato attivo. Toccare il potere dei baroni non è mai facile. Basta vedere gli scogli enormi che si trovano davanti le università quando decidono soltanto di mandare qualche prof in pensione senza concedergli l’ennesima proroga. Frati è andato oltre e con il nuovo Statuto ha cercato di togliere quello che ai baroni preme di più: il voto.

Professori a metà
Il Magnifico ha limitato i diritti dell’elettorato attivo. Niente candidature per chi risulta “anche parzialmente inattivo nell’attività di ricerca” o che ha ricevuto “un giudizio negativo nello svolgimento dell’attività didattica”. Il tutto unito a una nuoiva struttuira organizzativa, che ha visto affiancare a facoltà e dipartimenti le macro aree, la nomina dei presidi fatta direttamente dal rettore, la partecipazione alle sedute del Senato accademico concessa anche a presidi, direttore della scuola superiore di studi avanzati e direttore generale, seppure senza diritto di voto. Lacci e lacciuoli che hanno fatto ben capire ai prof come lo Studium Urbis fosse sempre meno oligarchia e sempre più monarchia assoluta. Il loro ruolo dimezzato. Quello del magnifico ampliato.

Si torna all’antico
Attorno al nuovo statuto si è aperta così l’ennesima crociata contro Frati. Quella che interessa di più i baroni, visto che l’esito determina il loro potere. Ventinove prof di Medicina hanno fatto ricorso al Tar del Lazio, chiedendo ai giudici di annullare il decreto con cui sono stati approvati gli articoli del nuovo Statuto loro sgraditi. A quel punto la lotta non è stata più circoscritta ai corridoi dell’ateneo. Non è stato più neppure un braccio di ferro tutto interno alle facoltà o allo stesso Senato accademico. I prof hanno girato le spalle alla statua della Minerva e guardato direttamente alla bilancia della giustizia, cercando di far valere le loro ragioni in un’aula di tribunale. Per ogni provvedimento contestato sono state elencate una serie di presunte violazioni di legge e alla fine il Tar ha deciso. Larga parte delle contestazioni fatte dai 29 sono state dichiarate dai giudici inammissibili, ma quella che stava loro più a cuore è stata accolta e l’articolo del nuovo Statuto sui numerosi paletti all’elettorato attivo è stato annullato. Nessuna monarchia. Nessuno strapotere in grado di far votare o meno qualche barone. Frati dovrà accontentarsi dell’oligarchia e fare i conti con gli equilibri da mantenere con i prof per gestire lo Studium Urbis.