M5S e Lega, ecco perché durano. Su sicurezza, autonomie e famiglia le divisioni acuite dalla campagna elettorale non sono definitive

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Celebrare il funerale senza il morto non porta bene. Soprattutto se, le esequie in questione, sono quelle del Governo gialloverde. Sebbene tutte le più funeste previsioni siano state finora smentite, il partito trasversale dei detrattori dell’alleanza M5S-Lega non demorde. E si è dato di nuovo il rendez-vous al 27 maggio, confidando che, dal verdetto delle Europee, cali sull’Esecutivo l’atteso e definitivo requiem. Ma chissà che, pure stavolta, l’appuntamento con il morto non debba essere rimandato. Finora, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, con la mediazione del premier Giuseppe Conte, sono sempre riusciti ad appianare le divergenze. Acuite da una campagna elettorale nella quale M5S e Lega hanno dato sfogo al loro ruolo di avversari che ha, inevitabilmente, finito per oscurare quello di alleati. Ma sui principali temi di scontro le posizioni sono davvero inconciliabili?

Ok al bis sulla sicurezza. Se ci sono i rimpatri.
La linea dei Cinque Stelle sul tema immigrazione non è cambiata: i confini italiani sono i confini europei, chi sbarca in Italia sbarca in Europa. Dopo essersi autodenunciato e fatto quadrato insieme a Conte e Toninelli, sul caso della Diciotti che ha investito Salvini, il Movimento non ha invertito la rotta. Al contrario ha sollecitato, a più riprese, la Lega su uno dei punti del Contratto di Governo ancora in alto mare: i rimpatri. Senza i quali, è l’obiezione del leader M5S, concedere il bis su un provvedimento già varato dal Governo e approvato dalla maggioranza, si rivelerebbe solo una “trovata elettorale”. Difficile immaginare che Salvini non possa che sottoscrivere.

Misure per le famiglie. Parlano la stessa lingua.
Altro fronte aperto, il decreto famiglia targato M5S. “è una priorità per il Paese. Soprattutto lo è la crescita demografica e noi siamo l’ultimo Paese che fa figli in Europa”, spiegava ieri a poche ore dal Consiglio dei ministri, Di Maio, ribadendo l’intento di utilizzare allo scopo il miliardo risparmiato dal reddito di cittadinanza. Mercoledì scorso, il ministro Lorenzo Fontana ha presentato due emendamenti al decreto crescita per ampliare il bonus bebè e inserire sconti sui prodotti per l’infanzia, pienamente in linea con le misure proposte dai 5S. Più che di sostanza il disaccordo sembra fondato su questioni formali: emendare un decreto (il crescita) già all’esame del Parlamento o vararne un altro ad hoc (il famiglia appunto) per ottenre lo stesso scopo? Sembra più il tentativo di segnare un punto a testa: sicurezza bis per la Lega, famiglia per i 5 Stelle.

Sì pure alle Autonomie. Ma evitando pasticci.
Decisamente più controverso il tema delle Autonomie regionali, vero e proprio cavallo di battaglia della Lega su cui scalpitano i governatori del Nord. Sono nel Contratto di Governo e vanno fatte. “Ma la dobbiamo scrivere bene perché se c’è una fretta elettorale per farla prima delle elezioni Europee possiamo aspettare una settimana e scriverla meglio”, è la posizione di Di Maio. Senza contare che, come anticipato per prima proprio da La Notizia, per ottenere il via libera definito le intese Stato-Regioni dovranno essere votate dal Parlamento. Esigenze di campagna elettorale a parte, lo sa bene anche la Lega.

Porti aperti o chiusi. Boutade elettorale.
Anche la polemica sui porti aperti e i porti chiusi va derubricata agli eccessi (fisiologici) della campagna elettorale. Ha ragione Di Maio, del resto, a sostenere che con lo sbarco dei migranti a bordo della Sea Watch né il Governo né, tantomeno, i ministri M5S hanno avuto nulla a che vedere. La decisione, infatti, è stata presa dall’autorità giudiziaria che, dopo aver disposto il sequestro (probatorio) della nave, ha autorizzato lo sbarco dei passeggeri (che non potevano essere sequestrati insieme alla nave), aprendo un’indagine per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

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di Gaetano Pedullà

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