Mafia Capitale, Buzzi non sfugge al processo. Bocciata per la seconda volta la richiesta di patteggiamento del ras delle coop

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di CAROLA OLMI

La Procura di Roma non arretra di un passo sull’inchiesta Mafia Capitale e ieri ha tirato dritto davanti all’ultima uscita per evitare un maxiprocesso (si parte il 5 novembre) che accerterà l’esistenza di un sistema mafioso nella città eterna, oppure il completo fallimento del cuore dell’impianto accusatorio sostenuto dal capo dell’ufficio Giuseppe Pignatone e dai suoi sostituti. Se l’esistenza di reati come la turbativa d’asta, la corruzione, lo scambio politico e affaristico è sicuramente provato, il riconoscimento della fattispece mafiosa, con le aggravanti di pena previste, resta invece un tema controverso, sul quale accusa e difesa si battono dall’inizio dell’inchiesta. Una cosa è certa: se la sentenza sarà di mafia Pignatone avrà vinto, diversamente sarà una sconfitta.

LA POSTA IN GIOCO
Per questo, come d’altra parte era prevedibile, ieri la Procura ha respinto la richiesta di patteggiamento della pena (3 anni e 9 mesi) avanzata da uno dei principali imputati del processo, quel Salvatore Buzzi che dava le carte a un vasto giro di politici, colletti bianchi e dipendenti pubblici infedeli. E per carte si intende soldi, compiti da svolgere, scambi di potere e posti di lavoro. In questo modo riusciva ad assicurare appalti milionari alla Cooperativa rossa “29 giugno” di cui era presidente. Buzzi che sta in carcere dallo scorso dicembre e in attesa del processo insieme a 58 imputati, non ha mai accettato l’accusa di mafia mossa dai magistrati. Al massimo si è trattato di turbativa d’asta, ha fatto sapere col suo avvocato Alessandro Diddi. Una tesi, questa dell’esistenza al massimo di una “mafia alla vaccinara” che circola sempre più diffusamente nella Capitale, sostenuta da intellettuali come Giuliano Ferrara e rilanciata con motivi sicuramente meno nobili da chi ha ricevuto vantaggi da quel sistema. Di qui il no a Buzzi espresso dai pm Paolo Ielo, Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini, titolari dell’indagine coordinata dall’aggiunto Michele Prestipino. Pool per il quale Buzzi resta il capo, assieme all’ex Nar Massimo Carminati, dell’associazione a delinquere che non può non essere definito mafiosa.

E CARMINATI ANNUNCIA RIVELAZIONI

Mentre il re delle coop rosse romane al centro dell’inchiesta mafia Capitale, Salvatore Buzzi, afferma in ogni modo di non essere un “padrino” ma la vittima del sistema corruttivo di Roma e del Lazio, l’altro grande protagonista dell’inchiesta della Procura, Massimo Carminati, non si è mai sentito. Ma al processo che inizierà il 5 novembre l’ex Nar e uomo della Banda della Magliana parlerà. Ad annunciarlo è stato ieri il suo avvocato Giosué Bruno Naso a Radio Cusano Campus.