Magistrati che fanno politica. Per l’ex procuratore Caselli garantire tutti è possibile. Mentre la legge Severino va rafforzata

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Dal nodo dei magistrati in politica al dibattito sempreverde sulla legge Severino. L’ex procuratore di Torino Gian Carlo Caselli non si sottrae all’analisi. Ma mette anche in guardia “dai rischi di strumentalizzazione in cui spesso si incorre affrontando questi problemi”. Tutte questioni che a fasi alterne ritornano di attualità. A cominciare, per esempio, dal tema dei “magistrati fuori ruolo e del loro numero di cui sento parlare da quando sono in magistratura e quindi da una cinquantina d’anni. Si tratta di un problema reale ma andrebbe affrontato con maggiore rigore”. Tuttavia, nella scala delle priorità per Caselli adesso c’è soprattutto il via libera alla riforma dei reati agroalimentari.

Il ministro della Giustizia Orlando  si è impegnato formalmente ad imprimere un’accelerazione.
In occasione della presentazione del quinto rapporto sulle agromafie sono stati ben tre i ministri a spendersi in questo senso. Non solo Orlando ma anche Minniti e Martina. Fu proprio Orlando a istituire nell’aprile del 2015 la commissione sui reati agroalimentari e a nominare me presidente. Il lavoro dei commissari si è chiuso in tempi record in sei mesi e gran parte del nostro progetto è stato fatto proprio dal Ministero e presentato in Consiglio dei ministri.  Ma sono passati nove mesi e ancora non è approdato in Parlamento.

La riforma è bloccata mentre il volume d’affari dell’agromafia non conosce battute d’arresto.
Ecco perché spero che dalla parola di tre ministri si passi ai fatti. Di questa riforma c’è un bisogno urgente. L’attuale normativa in materia, infatti, è una ‘gruviera’,  piena di buchi. Senza dimenticare il fatto che l’agroalimentare in particolare soddisfa in pieno la tendenza delle mafie orientate a facili guadagni e bassi rischi.

In queste ore la candidatura di Emiliano alla segreteria Pd  e il caso Minzolini hanno riportato alla ribalta il tema dei magistrati in politica.
Il diritto dei magistrati di partecipare alla vita politica è inalienabile. Sono cittadini come tutti gli altri. Il problema sono le modalità di questa partecipazione. Di certo si pone un problema grosso quando un magistrato che ha svolto una funzione politica decide di tornare in magistratura. Qui dei paletti debbono essere fissati.

Che ne pensa del disegno di legge in materia appena approdato alla Camera?
Va nella direzione giusta. In ogni caso ci saranno sempre speculazioni ingiuste come dimostra il recente caso di Giannicola Sinisi, già parlamentare, poi tornato a fare il magistrato e quindi finito nel tritacarne perché nel collegio in Corte d’appello che ha condannato Minzolini.

Non crede che se Sinisi si fosse astenuto si sarebbe potuta evitare la bufera sull’ex direttore del Tg Uno?
Questa condanna è stata confermata dalla Cassazione. Minzolini e la sua difesa, casomai, avrebbero dovuto sollevare il caso prima che si pronunciasse la Corte.

Si torna a discutere pure della Legge Severino. Avrebbe bisogno di un tagliando?
Molti di coloro che hanno votato la Severino ora tirano fuori la necessità di rivederla. Si mettano d’accordo con se stessi. Non si può cambiare idea a seconda dei casi trattati. Che poi la legge Severino, definita anticorruzione, non sia perfetta è un altro discorso. Cito Davigo secondo cui “questa legge non combatte la corruzione anche se è stata presentata come legge che la contrasta”. In questo solco allora sì che ci sono tagliandi da fare.

In materia di decadenza è appena saltata fuori una proposta del Pd che lascerebbe l’ultima parola alla Corte Costituzionale. È la politica che alza bandiera bianca?
Un Parlamento che si rispetti deve risolvere questi problemi al suo interno. Senza delegarli ad altri.

Torniamo sul tema dei togati fuori ruolo che incidono sull’organico.
Il problema c’è ma non mi sembra corretto che riaffiori ogni tanto in funzione di mortificazione e non di razionalizzazione della magistratura.

Twitter: @vermeer_