Malati d’azzardo dimenticati: il banco vince sempre

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Giocatori come tossicodipendenti, buco nero sui dati dei malati d’azzardo

di Carmine Gazzanni

C’è un che di preoccupante se all’interno della “Relazione sui dati relativi allo stato delle tossicodipenze in Italia”, aggiornata al primo semestre 2014 e presentata in Parlamento soltanto pochi giorni fa, un intero capitolo è dedicato ai “Soggetti in trattamento per gioco patologico”. Eppure è proprio così: quello stesso Stato che garantisce “favori” alle grandi concessionarie del gioco (come La Notizia ha più volte documentato), riconosce allo stesso tempo l’evidenza del danno, fisico e psichico, dell’azzardo. Un danno, peraltro, in continua espansione.

NUMERI CRITICI
Accanto ai classici “giocatori sociali”, infatti, il Dipartimento per le Politiche Antidroga parla anche di “giocatori problematici” e “patologici”. E i numeri sono decisamente preoccupanti. Il calcolo, fatto tenendo conto della popolazione giovanile tra i 15 e i 19 anni, parla addirittura di un 8% di giocatori problematici (4,3%) e patologici (3,8%). Ma il rapporto va anche oltre. E non potrebbe essere altrimenti dato che quello del gioco è un problema critico anche per gli annessi e connessi. Spesso infatti si è visto che associato al gioco d’azzardo patologico “vi sono fermenti di usura e di comportamenti illegali”. Non solo. Un’interessante associazione è stata trovata anche tra le tipologie di giocatori e il consumo di sostanze stupefacenti dichiarato dalla popolazione giovanile. La correlazione è impressionante. Per capirci: se “solo” il 22% dei giocatori non patologici tra i 15 e i 19 anni fa uso di sostanze stupefacenti, per quelli problematici si arriva al 32%. Per i problematici si sale addirittura al 40%. Numeri, questi, che dovrebbero invitare a riflettere. Anche perchè è lo stesso Dipartimento guidato dalla dottoressa Patrizia De Rose, che dà contezza del problema sottolineando come tale patologia mette “questi malati e le loro famiglie in condizioni molto problematiche e di povertà”. Strano. Lo Stato li definise malati, ma poi gira lo sguardo dall’altra parte dinanzi alle lobbies.

REGIONI NULLE
I problemi, però, non finiscono qui. Continuando infatti a leggere la relazione, si scopre che ben 6.804 persone sono in trattamento proprio per gioco patologico. Un dato che aiuta a capire ancora una volta la gravità del problema. Un problema, purtroppo, sottovalutato da chi non dovrebbe. I quasi 7.000 ricoverati, infatti, rappresentano soltanto una stima approssimativa, dato che Emilia Romagna, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana, Umbria e Valle d’Aosta non hanno comunicato nulla. Insomma, nonostante la gravità della questione, siamo sprovvisti di dati.

MANCA LA LEGGE
La responsabilità di questo vuoto, però, non è imputabile solo agli Enti Locali. Se infatti le regioni non comunicano nulla è perchè nessuno le obbliga: “la trasmissione di tale flusso – si legge nel rapporto – non è obbligatoria”. Ecco che allora ognuno fa come vuole: il Lazio ha offerto dati solo dal 2013, il Piemonte lo ha fatto nel 2012 ma non quest’anno. Chissà cosa accadrà l’anno prossimo. Partono le “scommesse”.

di Antonello Di Lella

Giochi senza frontiere. E non stiamo certo parlando del famoso “Game Show” televisivo prodotto dall’Unione europea, bensì della possibilità per i concessionari stranieri del gioco d’azzardo di poter operare in Italia senza alcuna licenza, se autorizzati nel loro Paese. Il principio è stato ritenuto valido dalla più recente giurisprudenza della Corte di Giustizia e del Consiglio di Stato. Ed emerge da un recentissimo decreto del Tar Lombardia che si è pronunciato sul ricorso presentato da un titolare di un Ctd (centro di trasmissione dei dati delle scommesse) contro il ministero dell’Interno per chiedere la sospensione del provvedimento con cui la questura di Como gli bloccava l’attività di raccolta di scommesse su eventi sportivi (e non solo) per conto di alcune società con residenza fiscale a Malta. Il ricorrente raccoglieva e ora potrà raccogliere nuovamente le scommesse per conto di LbGroup Ltd, Lb Casinò Ltd e Lb Poker Ltd. Al titolare del Ctd veniva contestata l’assenza della concessione amministrativa e della licenza prevista dal Tulps. All’accusa di fare da intermediario con le concessionarie maltesi, il titolare del centro per le scommesse ha replicato spiegando che “la sua attività si limitava a mettere a disposizione del pubblico i servizi e le tecnologie necessarie per inoltrare le scommesse ai bookmaker aventi sede all’estero”.

TUTTO IN REGOLA
La Polizia aveva bloccato la raccolta scommesse quasi tre anni fa, ma la pronuncia del Tar parla chiaro: si potrà scommettere di nuovo. I giudici, nella loro decisione, hanno ritenuto che “il bookmaker residente all’estero e in possesso delle autorizzazioni previste nel suo Paese può operare sul territorio italiano senza doversi munire della concessione e della licenza previste dall’ordinamento nazionale in applicazione del principio generale di diritto comunitario dell’equivalenza”. Si tratta di un accoglimento provvisorio della richiesta dell’operatore in attesa della trattazione collegiale del prossimo 8 ottobre. Insomma spariscono i confini europei, anche virtuali e chi ci guadagna è la liberalizzazione del gambling. Come se l’offerta italiana non fosse già sufficiente.

*** LA SUCCESSIVA PRONUNCIA ***

“Secondo l’orientamento giurisprudenziale appare conforme al diritto europeo il diniego di autorizzazione opposto a un centro trasmissione dati che operi per conto di un operatore comunitario non abilitato alla gestione di giuochi o scommesse nel nostro Paese”. Con questa motivazione, il Tar Lombardia ha respinto con un’ordinanza il ricorso presentato dal titolare di un Ctd contro la Questura di Como, che aveva disposto il divieto di prosecuzione dell’attività di raccolta scommesse su eventi sportivi e di altro genere per conto delle Società LBGroup Ltd, LBCasinò Ltd e LBPoker Ltd di San Gwann (Malta).